La quantità non produce necessariamente qualità ma di certo spettacolo. E il Raduno di Vele d’Epoca 2026 giunto a festeggiare la 40ma edizione, al di là dell’indiscutibile livello qualitativo delle barche partecipanti, in fatto di spettacolo, purtroppo, è carente. Proprio perché i numeri sono impietosi e non si prestano a bizantinismi o manipolazioni.
E allora 48 splendidi capolavori galleggianti creati dalle mani sapienti di scomparsi maestri d’ascia sono obiettivamente pochi sia per la prestigiosa ricorrenza sia per presentarsi come appassionati testimoni di una civiltà velica ormai passata. Ovviamente il risultato ha una spiegazione, anche quello nei numeri.
Quando, negli anni ’80 e ’90, alla banchina di Calata Anselmi ormeggiavano 120 scafi d’epoca, il Raduno di imperia aveva soltanto un concorrente sulle coste italiane mentre ora i meeting dei legni del passato remoto sono ben 11. Ma non sembra neppure giusto arrendersi alla potenza della matematica che, in questo caso, spiegherebbe le mancanze con una stessa flotta d’epoca che si divide per 11 e non più per 2.
Una resa inopportuna ai cambiamenti sociali ed economici che, non solo hanno aumentato il numero dei raduni, ma hanno pure ridotto anche la ʽmateria primaʼ ovvero il numero delle barche potenziali partecipanti. Così, sulla banchina portorina, si nota l’assenza di affascinanti capolavori come Mariette, nata dal genio di Nathanael Herreshoff, Tuiga portacolori del Principato di Monaco e in passato presenza fissa del raduno, Manitou del presidente J.F. Kennedy con Marilyn Monroe spesso ospite, Zaca, casa galleggiante di Errol Flynn, per citare alcuni dei più grandi protagonisti del passato e dimenticare gli assenti da tanti anni.
Insomma, considerato che l’andamento tendenziale dell’evento imperiese più importante scivola purtroppo verso il basso, nel 2025 in banchina erano presenti una sessantina di legni mentre oggi la partecipazione è calata del 20 per cento, allora diviene opportuno prendere atto della situazione. Non sono utili le critiche se diventano fine a sé stesse cioè se si trasformano in polemica ma Imperia merita una manifestazione del genere, ha l’obbligo di curarla fino a recuperare il glorioso e recente passato.
I numeri non sono condanne ma sono, invece, un grido di dolore per qualcosa che si rischia di perdere. Mettere in piedi un raduno come quello imperiese imponeva e impone un lungo lavoro di relazioni con gli armatori possibili interessati, un lavoro che, per quello del 2027, dovrebbe iniziare appena concluso questo del 2026.














