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L'Amarcord | 22 agosto 2026, 13:10

L'AMARCORD DEL SABATO. Maggio 1964, i riflettori dell’Italia su Imperia: il delitto del bitter appassiona tv, giornali e radio

Arriva anche Oriana Fallaci

L'AMARCORD DEL SABATO. Maggio 1964, i riflettori dell’Italia su Imperia: il delitto del bitter appassiona tv, giornali e radio

Era la metà di maggio del lontano 1964 e la città di Imperia balzava all’onore, si fa per dire, della cronaca giudiziaria nazionale. I giudici della Corte d'Assise di Imperia condannano a 30 anni di reclusione Renzo Ferrari, l'uomo che uccise con un bitter avvelenato alla stricnina Tranquillo Allevi, il marito della sua amante, Renata Lualdi, I fatti avvennero due anni prima, il 24 agosto 1962 ad Arma di Taggia. Ad Imperia, per seguire il processo, giunsero decine giornalisti da tutta Italia e anche dall'estero. Le cronache dell’epoca ricordano, tra loro, anche la giovane Oriana Fallaci. Il processo si protrasse per diverse settimane, sotto la luce costante dei riflettori di tv, giornali e radio. Come spesso accade in questi casi, nacquero due “partiti” popolari: innocentisti e colpevolisti. Ferrari fu, nel grado successivo, condannato all'ergastolo. Nel 1986 il colpo di scena: la grazia del Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, dopo 24 anni di detenzione. Due anni dopo la scomparsa. 

Tranquillo "Tino" Allevi era un grossista di Pavia. Nato nel 1912, residente a Taggia, rappresentava i produttori del latte della provincia di Novara in Riviera. Il 24 agosto 1962 riceve un pacco anonimo spedito dall'ufficio postale della stazione di Milano Centrale con il solo numero di raccomandata del contenente un bottiglia di bitter San Pellegrino, senza etichetta e con un tappo di sughero diverso da quello originale in una confezione riutilizzata di biscotti contenente una lettera con scritto per il signor Tino Allevi. “Caro signore, poiché avremmo intenzione di lanciare sul mercato questo nuovo aperitivo, offrendole la rappresentanza nella sua zona, ci permettiamo di disturbarla con l’invio di un campione. Provi ad assaggiarlo. Un nostro incaricato verrà a trovarla per conoscere il suo parere. Vogliamo sapere se è di suo gusto e se lo ha trovato gradevole al palato”. Il pacco era stato preso in consegna dalla moglie Renata Lualdi, casalinga.

Allevi lo portò nel suo magazzino in via della Stazione e, verso sera, decise di assaggiare la bevanda assieme a un suo collaboratore e a un rappresentante di formaggi di passaggio. Versò il , contenuto nel bicchiere ma lo trovò amarissimo. Lo fece poi assaggiare in piccola quantità anche ai suoi ospiti. I due si recarono poco dopo al vicino Bar Sport per acquistare una bottiglia della stessa bevanda, in modo da fare un confronto. Al ritorno, però, trovarono Allevi in preda alle convulsioni a dolori fortissimi. Fermarono un'auto di passaggio e si fecero accompagnare alla clinica Villa Spinola di Bussana, dove Allevi morì alle 23 della stessa serata. L'Istituto di medicina legale di Genova, dopo l'analisi tossicologica del residuo della bibita e dei campioni prelevati il 28 agosto dopo l'autopsia, rilevò che il veleno utilizzato fu un anticrittogamico utilizzato nelle coltivazioni dei garofani. La sera stessa, nella caserma dei carabinieri di Arma di Taggia, venne interrogata per sei ore la moglie della vittima, che indicò come colpevole il suo amante, Renzo Ferrari, veterinario e vice sindaco di Barengo, nel Novarese. I periti scoprirono che la lettera era stata scritta con una macchina da scrivere Olivetti a carrello lungo, utilizzata nel municipio del paese. Il 6 settembre, il veterinario venne arrestato, dopo che gli inquirenti avevano scoperto che aveva acquistato sei fiale di veleno in una farmacia.
Il 28 febbraio 1964 cominciò a Imperia il processo di primo grado presso la Corte d'Assise.

Ferrari scontò 24 anni di carcere, prima nell'isola di Pianosa e poi nel carcere di Parma, proclamandosi sempre innocente. Dopo la grazia, tornò a vivere a Barengo da pensionato. Morì a causa di un ictus.

Giorgio Bracco

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