"Con affetto e rabbia, con cura e determinazione, esprimiamo la nostra piena e totale solidarietà alle giovani atlete di Ranzo che hanno trovato il coraggio di denunciare i comportamenti violenti e abusanti del loro allenatore di savate. La loro parola è un atto di rottura, una presa di posizione che scardina un sistema abituato a proteggere chi esercita potere e a lasciare sole le persone che subiscono", a dirlo è l'associazione "Non una di meno"
"La loro voce infrange un silenzio che troppo spesso avvolge gli abusi negli ambienti sportivi. Un silenzio alimentato dalla vergogna e dal senso di colpa: per non aver reagito, per non essere riuscite a sottrarsi prima, per non aver trovato subito le parole giuste per chiamare le molestie e la violenza con il loro vero nome. Ma la vergogna non appartiene a chi denuncia. Appartiene a chi abusa e a chi copre.
Il racconto delle atlete spinge alle corde perché mette al centro una figura investita di fiducia, responsabilità e autorevolezza: l’allenatore. Un uomo che giustificava le sue molestie come strategie educative, come strumenti di crescita personale, come sproni per “far uscire la donna alpha sul ring” Una retorica tossica che piega il linguaggio dell’autodeterminazione per legittimare il controllo, trasformando l’abuso in metodo e la violenza in presunta formazione.
La denuncia mette all’angolo anche l’ipocrisia di un sistema di relazioni e riconoscimenti. L’uomo accusato era noto sul territorio, collaborava con le istituzioni locali, organizzava manifestazioni sportive pubbliche, interveniva nelle scuole della vallata su bullismo e autodifesa, promuoveva corsi gratuiti di difesa personale femminile. Difesa personale femminile, sì: perché chi abusa sa bene come nascondersi, approfittando della fiducia che famiglie e comunità accordano a chi riveste un ruolo di potere.
Questa storia ci ricorda che l’abuso non è mai un errore né un fraintendimento. È un esercizio deliberato di potere, reso possibile da un sistema che sceglie troppo spesso di non credere, di minimizzare, di archiviare. Un sistema che preferisce parlare di 'mele marce' o di 'mostri isolati' piuttosto che mettere in discussione le proprie complicità strutturali.
La denuncia delle atlete di Ranzo arriva dritta e sposta chiaramente il peso della colpa e della vergogna. Non stanno dalla parte di chi ha subito.
È tempo che chi pretende di insegnarci come e da chi dovremmo difenderci, chi ci vorrebbe separate e isolate come tante presunte “alpha” in competizione, conosca invece la forza delle donne insieme. Non sole sul ring, ma alleate, solidali, politiche. Non una di meno.
Alle atlete diciamo: sorelle, non siete sole. Noi vi crediamo e siamo al vostro fianco, senza se e senza ma".














