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Attualità | 20 giugno 2026, 22:59

Il Festival di Yulin condanna ogni anno migliaia di cani a una fine atroce

La storia del controverso festival cinese che continua a indignare il mondo

Il Festival di Yulin condanna ogni anno migliaia di cani a una fine atroce

Yulin ogni anno occupa le pagine di Internet con immagini che sembrano provenire da un incubo medievale: dal 21 giugno è un orrore continuo di gabbie arrugginite stipate di cani terrorizzati, musi schiacciati contro le sbarre, corpi ammassati uno sopra l’altro e animali trasportati come fossero semplici merci prive di qualsiasi valore. Succede ogni giugno a Yulin, nella regione cinese del Guangxi, durante quello che viene chiamato il “Festival della carne di cane”, un nome quasi neutro che però non riesce minimamente a restituire la violenza e la sofferenza che si consumano in quei dieci giorni. Perché Yulin non è soltanto un ignobile festival: è diventato negli anni il simbolo globale della crudeltà sugli animali, ma anche uno specchio scomodo che riflette le contraddizioni del nostro rapporto con le altre specie. E quello specchio, se osservato fino in fondo, finisce inevitabilmente per parlare anche di noi.

Contrariamente a quanto molti immaginano, il Festival di Yulin non nasce da un’antica tradizione millenaria cinese e non rappresenta affatto un patrimonio culturale radicato nella storia profonda del Paese. L’evento è stato infatti creato soltanto nel 2009 da commercianti locali con l’obiettivo di incentivare il consumo di carne di cane durante il solstizio d’estate e aumentare gli incassi del mercato alimentare cittadino. Negli anni, però, quella che inizialmente era stata concepita come una semplice operazione commerciale si è trasformata in uno dei fenomeni più contestati al mondo sul piano etico e animalista. Le stime sul numero di animali uccisi oscillano ancora oggi, ma secondo associazioni e investigatori internazionali durante il periodo del festival vengono macellati migliaia di cani e gatti, spesso provenienti da traffici illegali, raccolti dalle strade o addirittura sottratti alle famiglie. Ed è forse proprio questo dettaglio a colpire più profondamente l’immaginario occidentale: sapere che dietro quelle gabbie potrebbero esserci il nostro cane, il nostro gatto, l’animale che dorme accanto a noi sul divano e che consideriamo parte integrante della famiglia.

Le immagini raccolte negli anni dagli investigatori delle organizzazioni animaliste raccontano una realtà fatta di trasporti clandestini, viaggi interminabili senza acqua né cibo, animali compressi in spazi minuscoli e condizioni igienico-sanitarie spaventose. Molti cani arrivano ancora ai mercati con il collare al collo, particolare devastante che dimostra come numerosi animali vengano letteralmente rubati dalle abitazioni private e strappati all’affetto delle persone che li cercavano disperatamente. Animal Equality, Humane Society International, Animals Asia e numerose organizzazioni locali hanno documentato per anni il commercio illegale legato a Yulin, contribuendo alla chiusura di alcuni macelli e alla denuncia di diversi trafficanti. Tuttavia il sistema continua a sopravvivere, alimentato dalle ambiguità legislative e dalla frammentazione normativa che ancora caratterizza alcune aree della Cina. Nel 2020, il Ministero dell’Agricoltura cinese ha comunque compiuto un passo molto importante, riclassificando ufficialmente i cani come animali da compagnia e non più come animali destinati all’allevamento alimentare. Alcune città, come Shenzhen e Zhuhai, hanno addirittura vietato il consumo commerciale di carne di cane e gatto. Eppure il festival continua ancora oggi a esistere, sebbene in modo più nascosto, meno mediatico e con una partecipazione inferiore rispetto agli anni passati.

Tra le figure italiane più attive contro il massacro di Yulin c’è Davide Acito, fondatore di Action Project Animal, che da oltre undici anni porta avanti una battaglia diventata ormai una vera missione personale. In questo lungo periodo è riuscito a salvare più di 1.200 animali, tra cani e gatti sottratti ai mattatoi cinesi grazie a una rete di volontari, attivisti e donazioni private. La sua storia è iniziata quasi casualmente, dopo aver letto un articolo dedicato a un attivista cinese impegnato a salvare cani dai wet market. Da quel momento Acito ha deciso di esporsi in prima persona, entrando dentro una realtà fatta di traffici illegali, sofferenza animale e continui tentativi di occultamento. Accanto a lui oggi c’è Wolf, uno dei cani salvati in Cina, diventato nel tempo il simbolo concreto di una battaglia che va ben oltre il singolo festival. Perché salvare un animale significa anche rompere il meccanismo dell’assuefazione e ricordare che il dolore, quando diventa routine, rischia di trasformarsi in qualcosa che la società smette perfino di vedere.

Esiste però un rischio molto pericoloso quando si parla del Festival di Yulin: trasformare tutto in una caricatura culturale contro il popolo cinese. Sarebbe un errore enorme, oltre che profondamente ingiusto, perché i dati raccontano una realtà molto diversa da quella che spesso immaginiamo in Occidente. Secondo diversi sondaggi, infatti, la maggioranza dei cittadini cinesi è contraria al consumo di carne di cane e considera il festival qualcosa di imbarazzante, arretrato e incompatibile con la Cina contemporanea. Molti giovani vedono Yulin come il residuo di un passato che il Paese sta lentamente cercando di superare. Anche nella stessa città di Yulin il consumo di carne di cane è in forte calo, segno evidente di una trasformazione culturale che procede molto più rapidamente di quanto spesso si racconti fuori dalla Cina.

Ed è probabilmente proprio questa evoluzione sociale a preoccupare chi continua a difendere il commercio della carne di cane: la consapevolezza di appartenere a un mondo che lentamente sta perdendo consenso. Eppure sarebbe troppo semplice fermarsi all’indignazione, condividere una petizione online, provare disgusto per qualche immagine e poi tornare serenamente davanti a una bistecca o a un panino imbottito di prosciutto. Perché il nodo più scomodo della vicenda di Yulin riguarda in realtà il nostro stesso modo di percepire gli animali. Ci sconvolge l’idea di un cane bollito vivo, ma nello stesso momento milioni di maiali, polli, bovini, agnelli e conigli vengono allevati e uccisi in condizioni spesso atroci senza suscitare la stessa reazione emotiva. È qui che entra in gioco la dissonanza cognitiva, quel meccanismo psicologico che ci permette di amare profondamente alcuni animali e contemporaneamente ignorare la sofferenza di altri.

Accarezziamo un cane sul divano mentre restiamo totalmente indifferenti davanti alla vita di un maiale rinchiuso in un allevamento intensivo. Eppure paura, dolore e stress non cambiano da una specie all’altra. Cambia soltanto il valore simbolico che noi esseri umani attribuiamo agli animali. Lo specismo, cioè la convinzione implicita che alcune specie meritino empatia mentre altre possano essere considerate semplicemente prodotti, continua ancora oggi a modellare il nostro rapporto con il mondo animale. L'Occidente guarda a Yulin con una superiorità morale che però rischia di diventare fragile nel momento in cui si osserva ciò che accade quotidianamente negli allevamenti intensivi europei e americani. Castrazioni senza anestesia, mutilazioni sistematiche, triturazione dei pulcini maschi, trasporti massacranti e macellazioni industriali rappresentano infatti pratiche diffuse e spesso invisibili agli occhi del consumatore.

La differenza è che noi abbiamo imparato a nascondere tutto molto meglio. Abbiamo spostato la sofferenza lontano dagli sguardi, dietro muri industriali, etichette rassicuranti e pubblicità costruite intorno all’idea di una produzione felice e pulita. Yulin ci disgusta anche per questo motivo: perché mostra in maniera brutale qualcosa che noi preferiamo non vedere, rompendo improvvisamente la narrazione rassicurante che abbiamo costruito sul nostro rapporto con gli animali e sul sistema alimentare globale.

Il Festival di Yulin probabilmente non sparirà da un giorno all’altro, ma qualcosa sta cambiando. La pressione internazionale cresce ogni anno, le nuove generazioni cinesi mostrano una sensibilità molto diversa rispetto al passato e gli attivisti continuano a salvare animali, documentare abusi e sensibilizzare l’opinione pubblica. Il problema, però, è molto più grande di Yulin e riguarda il modo in cui l’intera umanità continua a considerare gli altri esseri viventi. Riguarda il nostro bisogno di sentirci superiori, la distanza enorme tra la compassione che proclamiamo e quella che pratichiamo davvero, ma anche la nostra capacità di ignorare la sofferenza quando non tocca direttamente la sfera emotiva che ci appartiene. Per questo Yulin non è soltanto una vicenda cinese. È una domanda universale che riguarda tutti noi e il modo in cui scegliamo di convivere con le altre specie.

Quanto dolore siamo ancora disposti ad accettare purché resti lontano dai nostri occhi?

Il vero problema non è soltanto Yulin. Il vero problema è tutto ciò che continuiamo a considerare normale finché il sangue non arriva fino ai nostri occhi.


 

Rosella Schiesaro

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