Due giri del mondo a vela, un tragico naufragio in Atlantico. È la sintesi molto riduttiva della vita non soltanto velica di Antonio Chioatto, milanese d’origine ma navigatore oceanico imperiese. All’età di 5 anni, nel 1957, la sua famiglia si trasferisce prima a Sanremo e poi nel capoluogo ponentino e, proprio lì, la Scuola Vela della Lega Navale diviene l’inizio di una passione che segnerà tutta la sua vita. Dopo alcune stagioni di regate nel Mediterraneo a bordo di cabinati, nel 1977 la sua vita cambia. “Vengo a sapere che l’Unione Europea vuole partecipare al giro del mondo – racconta –. Il progetto è per un equipaggio con membri dei paesi dell’Unione: invio il mio curriculum a ʽSail for Europeʼ, come test di ammissione partecipo alla famosa regata del Fastnet per poi far parte dell’equipaggio quale responsabile dei turni di guardia”.
Anche se quell’edizione della regata fu segnata da terribili bonacce, 700 miglia dall’Isola di Wight allo scoglio irlandese del Fastnet e arrivo a Plymouth sono comunque un test probante. E, nel 1977, Antonio sale a bordo di una barca di circa 16 metri, la più piccola della flotta, con il nome di ʽTraité de Romeʼ dai trattati di nascita dell’unione europea. Sponsor la birra Whitbread, è il giro del mondo a vela in quattro tappe ed equipaggi completi con partenza e arrivo a Portsmouth. “In questo giro – racconta – vivo il mio primo passaggio del mitico Capo Horn nel gennaio del ’78, un passaggio che, a sorpresa, si rivela tranquillo, mare calmo e vento abbordabile, e all’arrivo siamo terzi in generale dopo aver pure rischiato di vincere”.
Torna a terra ma nel 1979 è pronto a riprendere il mare per l’Admiral Cup che comprende la regata del Fastnet, un’edizione tragica: sul ʽPintaʼ, barca presa in affitto dai belgi, si trovano di fronte al mare forza 11, vento oltre i 130 km/h, 194 barche ritirate su oltre 300, 20 affondate e 19 morti tra i membri degli equipaggi. E tra i ritirati c’è anche la barca di Antonio. Neppure lo scampato pericolo lo blocca a terra. “Pochi mesi dopo – continua – sono a bordo di ʽGuia IVʼ di Giorgio Falck per partecipare al Triangolo Atlantico, tre tappe oceaniche con arrivo ai Caraibi: per la prima volta una barca italiano vince una regata di questo livello”. L’anno seguente è la volta della Ostar, la regata transatlantica in solitario. “Voglio provare la navigazione da solo – racconta –. Ho a disposizione il trimarano progettato da Enrico Contreas ma a, a 200 miglia dall’arrivo, una serie di terribile onde rovesciano lo scafo e io rimango quattro giorni sullo scafo soltanto con la tuta di sopravvivenza: a un quarto d’ora dal termine delle ricerche mi vede un radioperatore dell’aereo della US Navy e manda un peschereccio russo a prelevarmi”.
Lo sbarcano ad Halifax, in Canada, e, con i documenti assegnatagli dal Consolato e dall’Ambasciata, dopo due mesi tra la città canadese, New York e Newport, torna a casa. Pronto ad accettare la chiamata di ʽSail for Europeʼ che, questa volta, lo vuole come skipper per l’edizione 1981/82 della Whitbread. Ma, in pieno Atlantico nella prima tappa, l’avaria al timone. “A turno ci tuffiamo sotto lo scafo – dice con l’orgoglio di chi non cede –. Con un cavo d’acciaio colleghiamo la pala del timone alla ruota in coperta per fare poi sosta a Capetown per una vera riparazione”. Un ritardo che costerà caro. “A gennaio 1982, per la seconda volta doppiamo Capo Horn – ricorda – Diversa dalla prima: vento forte, mare formato, vele ridotte e nostro impegno costante. All’arrivo di Portsmouth l’avaria al timone ci limita soltanto al 13mo posto”.














