La vicenda che ha portato all’arresto di L. A., 61 anni,, continua a generare una reazione profonda nel settore delle arti marziali, soprattutto tra chi lavora quotidianamente in palestra con giovani e giovanissimi. Il caso, emerso a seguito delle denunce di tre atlete, tra cui due minorenni, e ricostruito dalla Procura della Repubblica, ha riaperto una ferita che il mondo sportivo conosce bene e che ciclicamente torna a interrogare tutti: il confine invalicabile tra autorità tecnica e abuso di potere.
Secondo quanto riferito dagli inquirenti, gli episodi contestati sarebbero avvenuti nella palestra allestita presso l’abitazione dell’uomo e sarebbero stati mascherati da presunti strumenti di crescita sportiva. Comportamenti descritti come pressioni fisiche e psicologiche, apprezzamenti a sfondo sessuale, contatti non consentiti e richieste estranee all’attività sportiva, in un clima di soggezione che avrebbe portato le giovani atlete a reagire con pianto e paura. Dopo gli arresti domiciliari disposti il 30 dicembre 2025, la misura è stata sostituita il 7 gennaio 2026 con il divieto di avvicinamento alle vittime e l’applicazione del braccialetto elettronico.
È da questo contesto che partono le risposte del settore delle arti marziali, raccolte in forma anonima ma con toni nettamente di condanna. Allenatori e dirigenti parlano di uno shock che va oltre il singolo episodio. “È un fatto fuori dal mondo. Nelle arti marziali il rapporto maestro–allievo è basato su fiducia, rispetto e disciplina. Quando questo rapporto viene usato per esercitare potere in modo distorto, si tradisce l’essenza stessa della nostra pratica” commenta un noto allenatore della provincia.
La condanna è unanime, ma accanto allo sdegno emerge una riflessione più ampia sul sistema. Dal settore emerge anche un richiamo forte al coraggio delle vittime e alla necessità di creare condizioni che rendano possibile la denuncia. “Parlare non è facile, soprattutto quando l’abuso arriva da una figura di riferimento. Per questo serve una cultura che protegga chi denuncia e non chi ha potere. Le ragazze hanno fatto una cosa difficile e importante”.
C’è poi chi richiama la responsabilità delle federazioni e delle associazioni sportive, chiamate a non limitarsi alla sanzione successiva ma a investire nella prevenzione: “Servono formazione obbligatoria per gli istruttori, codici etici applicati davvero, supervisione esterna. Le arti marziali insegnano autocontrollo e rispetto: se non siamo coerenti, perdiamo credibilità”. La chiusura di molte testimonianze è simile e non lascia spazio ad ambiguità: “Lo sport non può essere una zona franca. Nessuna tradizione, nessun risultato, nessuna carriera giustifica la violazione della dignità di una persona. Difendere i più giovani significa difendere il futuro delle arti marziali stesse”.














