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L'Amarcord | 23 agosto 2025, 14:29

L'AMARCORD DEL SABATO. 1979, Imperia trema: tre attentati dei gruppi armati in poche settimane

Dalle molotov contro la Celere, all'esplosione del motoscafo della polizia, passando per la bomba inesplosa sulla ferrovia al Prino

L'AMARCORD DEL SABATO. 1979, Imperia trema: tre attentati dei gruppi armati in poche settimane

Il 1979, a Imperia, può essere ricordato come l'annus horribilis nel drammatico contesto di un'epoca, legata al terrorismo, che ancora oggi scuote le coscienze. 

Il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, avvenuti l'anno precedente, non avevano spento le velleità delle Br: l'obiettivo dichiarato restava quello di  rovesciare lo Stato italiano attraverso la lotta armata attraverso atti di terrorismo e guerriglia urbana (sequestri, ferimenti e assassinii di uomini politici, magistrati e giornalisti, considerati tutti rappresentanti del potere) e sconfiggere lo Stato imperialista.

L'incessante caccia ai covi delle Br e di Autonomia Operaia e ai fiancheggiatori imperiesi in tutta la provincia, con polizia e carabinieri in prima linea, non poteva certo lasciar tranquilli i gruppi armati e i loro componenti locali. E fu così che, tra il marzo e l'agosto di quel "maledetto" 1979, si consumarono in rapida successione tre, gravissimi attentati che soltanto per fortuna (o disattenzione degli autori) non provocarono altrettante tragedie  e morti. Il primo vide protagonista una colonna della polizia e dei carabinieri,  attaccata con bombe molotov presso Imperia, all'ingresso di una galleria, sull'Autofiori

Gli agenti della Celere di Genova stavano rientrando nel capoluogo ligure quando gli attentatori, nascosti tra i cespugli, sono entrati in azione, facendo poi rapidamente perdere le loro tracce. Erano le 22 circa e i furgoni della polizia, con 250 uomini di due battaglioni Celere e del reparto speciale dell'Arma, stavano per imboccare la galleria, subito dopo il casello di Imperia Est. All'improvviso sono cominciate a esplodere bottiglie incendiarie. I furgoni e le camionette non sono stati colpiti, e la colonna è passata indenne tra gli scoppi e gli incendi. Via radio veniva dato l'allarme e sul posto dell'agguato si recavano agenti e carabinieri. Gli attentatori erano però già scomparsi: sembra fossero una decina.

La Digos ipotizzò una sorta di vendetta da parte di una frangia estremista di Autonomia operaia, delusa perché il comizio-assemblea del pomeriggio, in piazza Bianchi a Imperia, non era riuscito come nelle intenzioni. Gli attentatori non avevano gradito l'imponente cordone di sicurezza attuato dalle forze dell'ordine per evitare disordini. La rivendicazione arrivò da una telefonata anonima a una radio privata. "Sabato notte - raccontò una donna con voce alterata - abbiamo attaccato con 15 bombe molotov questo Stato fascista e indegno".

Passano poche settimane e sempre a Imperia si consuma un'attentato con il tritolo contro un motoscafo della polizia, in secca sulla banchina per lavori di manutenzione. L'esplosione venne avvertita in un raggio di mezzo chilometro. Unica traccia una miccia lunga venti centimetri. La rivendicazione, puntuale, venne firmata dai Nuclei armati per il comunismo.

L'attentato si concretizzò all'alba all'interno del porticciolo di Porto Maurizio. I terroristi avevano collocato l'ordigno sotto i serbatoi del motoscafo, un Cruiser» di 7 metri, equipaggiato con due motori fuoribordo da 50 cavalli ciascuno. L'imbarcazione bianca e blu della polizia, matricola PS084, era sulla banchina, in rimessaggio. Per fortuna, il motoscafo era senza benzina, altrimenti sarebbe stata una tragedia: sarebbe andato a fuoco una parte del porticciolo con barche e attrezzature. Ormeggiati vicino al motoscafo, infatti, si trovavano una trentina di piccoli yacht. "I terroristi ignoravano che i serbatoi fossero vuoti - racconteranno gli investigatori - senza dubbio erano convinti di fare saltare con il tritolo il serbatoio, provocando così un incendio di vaste proporzioni. Il serbatoio può contenere 300 litri di benzina: l'esplosione sarebbe stata tremenda". 

L'unica traccia in mano alla polizia, secondo una dichiarazione del capo di Gabinetto della Questura, Achille Lizza, è un pezzettino di miccia. L'ultimo episodio del 1979, svanito in extremis ma che avrebbe potuto avere effetti devastanti, ebbe come teatro i binari della ferrovia in località Barbarossa, poco distante dalla Torre di Prarola. Doveva essere un attentato alla linea ferroviaria Genova-Ventimiglia ma fallì per un caso fortuito. Lungo la massicciata, un paio di chilometri dalla stazione di Porto Maurizio, venne trovata una bomba inesplosa. Era stata munita di due micce ma entrambe si spensero prima di arrivare alla fine. La scoperta venne fatta da un guardalinee ferroviario che controllava il tracciato. L'attentatore avrebbe avuto quasi 24 ore per agire: i controlli, infatti, avvenivano soltanto una volta al giorno. Sul posto i funzionari di polizia, prefetto, artificieri. 

Secondo la ricostruzione dell'epoca, l'ordigno venne  collocato tra i binari nella serata precedente. Obiettivo dell'esplosione avrebbe potuto essere il Rapido delle 20 diretto da Ventimiglia a Milano, in questo periodo affollato da molti turisti.  Gli attentatori sarebbero stati almeno due. Uno si sarebbe fermato su un piazzale lungo l'Aurelia, cosi da poter controllare il traffico stradale e l'arrivo del convoglio per avvertire il complice e dargli quindi l'ok per l'innesco della miccia. Gli inquirenti esclusero sin da subito il gesto di un folle, attribuendo all'episodio una matrice terroristica. In caso di esplosione della bomba, il treno avrebbe potuto precipitare sugli scogli e poi in mare: le vittime sarebbero state moltissime, anche se gli esperti della Questura affermarono che la carica non sarebbe stata sufficiente per provocare effetti così drammatici.

Giorgio Bracco

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