1975: la Terra supera i 4 miliardi di abitanti, lo stipendio medio di un operaio è di circa 154 mila lire, il giornale costa 150 lire, il caffè al bar 120 lire, il pane 450 lire al kg, il latte 260 lire al litro, pasta e riso poco più di 400 lire al kg, la carne 4.500 lire al kg, la benzina 305 lire al litro. In politica, Aldo Moro è costretto a chiedere sostegno al Pci di Enrico Berlinguer per varare una politica di austerità indolore.
Poi, nella prima decade di dicembre, quando il terribile anno sta per avviarsi alla fine, ecco la novità più clamorosa: fanno la comparsa, in tutta Italia e anche a Imperia, i miniassegni, particolare e innovativa tipo di cartamoneta emessa dall’Istituto San Paolo di Torino, seguito poi da diverse altre banche nazionali. L’obiettivo: far fronte alla drammatica carenza di monete monetine di piccolo taglio. I miniassegni, di fatto, andranno a sostituire caramelle, dolciumi, gettoni telefonici, tutta roba che artigiani e commercianti utilizzavano sino ad allora per dare il resto alla clientela, non avendo a disposizione gli spiccioli. Si trattava, in pratica, di assegni circolari di dimensioni e taglio decisamente ridotti: il loro valore oscillava tra le 50 e le 350 lire. Visto e considerato che, alla stregua degli assegni veri e propri, erano in tutto e per tutto titoli al portatore, si potevano tranquillamente e facilmente scambiabili come fossero vera moneta corrente. In brevissimo tempo diventarono assolutamente comuni tra gli imperiesi di ogni estrazione sociale ed età.
In contemporanea alla diffusione dei miniassegni, molti commercianti e grandi magazzini, assorbito l’impatto favorevole avuto dalla clientela con la nuova e originale cartamoneta, imitandone i contenuti, presero ad “emettere” per proprio conto dei tagliandi simili con su scritto “buono merce”, “buono d’acquisto”, “buono regalo” o “buono spesa”. L’intento era quello di invogliare gli acquirenti a comprare i loro prodotti “scontati”.
Tre anni dopo, verso la fine del 1978, i miniassegni sparirono dalla circolazione: Istituto Poligrafico e Zecca di Stato tornarono finalmente a battere milioni di pezzi in moneta, esaudendo la pressante domanda di denaro di piccolo taglio da parte di cittadini e commercianti. Moltissimi miniassegni circolari di piccolo taglio non vennero mai versati o incassati agli sportelli bancari. In primis per il deterioramento della carta, di qualità decisamente inferiore a quella utilizzata per le banconote. Ma, anche, perché dimenticati in qualche remoto cassetto oppure terreno di scambio o raccolta per collezionisti.
I più rari vennero addirittura falsificati. Ai nostri tempi, comunque, i miniassegni hanno mantenuto un loro mercato, seppure di nicchia: tranne alcuni esemplari, immacolati e quasi introvabili, venduti a diverse centinaia di euro, la maggior parte ha un valore tra i 9 e i 20 euro.














