(Adnkronos) - Signor Presidente, Onorevoli Colleghi,
il prossimo Consiglio Europeo si riunirà, ancora una volta, in una fase di trasformazioni profonde, di sfide complesse. Dalla guerra in Ucraina – che proprio oggi supera, per durata, la Prima Guerra Mondiale – alla crisi in Medio Oriente, dalle tensioni che impattano sull’economia globale alle esigenze di rafforzamento della sicurezza e della difesa comune, dalle iniziative necessarie a garantire competitività al nostro sistema produttivo fino alle nuove emergenze sanitarie internazionali, l’Unione europea è chiamata a dimostrare capacità di iniziativa, unità, visione strategica. È un quadro, nel quale si inserisce anche il confronto sul futuro Quadro Finanziario Pluriennale, che dovrà assicurare all’Unione risorse adeguate, tanto per rispondere alle sfide del nostro tempo, quanto per sostenere le sue ambizioni politiche.
A oltre quattro anni dall’avvio dell’aggressione russa contro Kiev, quell’aggressione, a dispetto dei continui proclami, non si è mai trasformata in una vittoria. E questo è stato possibile grazie all’eroica resistenza del popolo ucraino e al sostegno che la Nazione aggredita ha ricevuto dagli alleati europei e occidentali, Italia compresa. Dopo il fallimento dell’offensiva invernale, anche l’annunciata offensiva primaverile ed estiva non ha portato successi alla Russia. Il fronte è praticamente fermo e, dal 1° gennaio 2026 ad oggi, Mosca non è riuscita a incrementare la percentuale di territorio ucraino sotto il suo controllo.
Deriva anche da qui la frustrazione di Mosca, che si traduce in nuovi e massicci attacchi contro la popolazione civile. Così come gli ultimatum rivolti a Kiev e le ripetute violazioni dello spazio aereo dell’Unione europea e della NATO, che hanno addirittura coinvolto obiettivi civili in Romania. Comportamenti inaccettabili, che l’Italia ha condannato e condanna con fermezza.
La nostra solidarietà all’Ucraina resta piena, convinta, concreta. Sosteniamo attivamente la sua difesa, la resilienza del suo sistema energetico, la sicurezza dei suoi impianti nucleari, i progetti per la ricostruzione.
La nostra linea non cambia: sostenere Kiev e mantenere la pressione su Mosca rappresentano ancora, a nostro avviso, l’unico modo serio di creare condizioni che possano costringere all’apertura di una seria stagione negoziale. Per questo sosteniamo il ventesimo pacchetto di sanzioni europee, perché fino a quando la Russia rifiuterà un cessate il fuoco e l’avvio di trattative serie, sarà necessario mantenere alta la pressione politica ed economica.
Tuttavia, la fermezza da sola non basta più, se non è accompagnata anche da una visione di lungo periodo.
Dobbiamo contribuire a costruire le condizioni della pace, lavorando, insieme ai nostri alleati, a solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina e a una nuova architettura di sicurezza europea che possa assicurare stabilità nel lungo periodo.
Obiettivo per il quale è, chiaramente, indispensabile preservare l’unità euro-atlantica e rafforzare il coordinamento tra Europa e Stati Uniti. Sfida non sempre facile, ma necessaria.
Solo che coordinamento non significa delega. In qualsiasi scenario di pace serio tra Ucraina e Russia, diverse condizioni dipendono dall’Europa, riguardano l’Europa, impattano sull’Europa. Ed è l’Europa a doverle negoziare.
Intendo che la nostra fermezza nei confronti della Russia non deve trasformarsi in cecità diplomatica o autoesclusione. Continuo a porre il tema della necessità che l’Europa avvii una riflessione comune e pragmatica sulle modalità di una sua interazione con Mosca. Difendere i confini del diritto non ci impedisce di tenere aperti i canali necessari a raggiungere i nostri obiettivi: l’Unione europea deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo.
Ma per farlo – una volta stabilito in maniera univoca quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato – occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale. Perché procedere a tentoni con formati variabili, non adeguatamente rappresentativi, produce solo frammentazione, confusione, debolezza. Cioè il tema vero, dal mio punto di vista, non è chi faccia o meno parte di questo o di quel formato, ma piuttosto il fatto che, allo stato, nessun formato ha la legittimità per parlare a nome dell’intera Europa.
Per questo motivo sostengo, da tempo, la necessità di individuare una figura autorevole, investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati Membri per portare il punto di vista dell’Europa, ed è in questa direzione che continuo a lavorare.
Detto questo, guardiamo al futuro europeo dell’Ucraina come a un elemento importante della sicurezza e della stabilità del Continente. L’Ucraina ha compiuto progressi significativi e dovrà continuare nel percorso di riforme, in particolare nel rafforzamento dello Stato di diritto e nella lotta alla corruzione. E l’Italia continuerà ad accompagnare e sostenere questo cammino. Ma il percorso di adesione dovrà proseguire nel rispetto del principio del merito e della parità di trattamento tra tutti i Paesi candidati, inclusi la Moldova e i Paesi dei Balcani occidentali.
Insomma, tanto sull’Ucraina quanto sui Balcani Occidentali, le nostre posizioni sono sempre le stesse, e le rappresentiamo con chiarezza e coraggio in ogni sede. Indipendentemente dalla partecipazione o meno alla singola riunione. E, anzi, dal mio punto di vista, se in Europa ci fossero meno formati che si sovrappongono, meno riunioni ridondanti, ma magari qualche scambio in più sulle risposte concrete, riusciremmo forse a offrire un contributo più efficace alla soluzione dei problemi.
Nel prossimo Consiglio Europeo si discuterà anche della crisi in Medio Oriente, che continua a destare enorme preoccupazione sotto il profilo umanitario, della sicurezza regionale e della stabilità economica globale.
Le conseguenze di questa crisi incidono direttamente sugli equilibri internazionali, sulla libertà di navigazione, sui mercati energetici, sulle catene di approvvigionamento – dai fertilizzanti alle materie prime critiche – e quindi anche sulle economie europee, compresa quella italiana. Anche qui, la nostra linea è la stessa fin dall’inizio: l’Italia non è parte del conflitto, e non intende diventarne. Il nostro obiettivo è che la guerra termini al più presto, che si eviti un ulteriore allargamento della crisi e che si creino le condizioni per riportare il confronto dentro un percorso politico e diplomatico.
Chiaramente, questo non significa restare fermi o ignorare le conseguenze che la crisi produce a livello globale e direttamente sui nostri interessi nazionali. Significa, al contrario, muoversi con responsabilità, tutelando i cittadini italiani, le nostre imprese, i nostri militari presenti nell’area, la sicurezza degli approvvigionamenti e la libertà delle rotte commerciali. Ed è quello che il governo ha fatto, lavorando su ognuna di queste direttrici, dall’inizio della crisi. Spendendosi, nella prima fase, per far rientrare gli italiani che erano rimasti bloccati nel Golfo. Aiutando i Paesi della regione a difendersi dagli attacchi iraniani, anche a tutela dei numerosi connazionali e militari presenti nella regione; garantendo le forniture di gas e petrolio necessarie alla nostra Nazione, come ho fatto recandomi personalmente in Algeria, nel Golfo e in Azerbaijan. Lavorando per il pieno ripristino della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.
E qui voglio ribadire che consideriamo inaccettabile qualsiasi tentativo di alterare unilateralmente le regole che garantiscono il libero transito attraverso lo Stretto.
Perché la libertà di navigazione è un bene comune mondiale e non può essere piegato a logiche di ricatto, e perché consentire che qualcuno selezioni chi può e chi non può passare da uno snodo marittimo fondamentale significherebbe aprire il varco a un mondo nel quale le grandi rotte marittime diventano tutte strumenti di pressione politica o di coercizione militare.
Quanto accade a Hormuz, dunque, non riguarda soltanto Hormuz. Per questo è necessaria una risposta ferma, coordinata e responsabile della comunità internazionale nel suo insieme. È la ragione per cui in questi mesi abbiamo lavorato in stretto coordinamento con i nostri principali partner europei e atlantici per valutare le opzioni necessarie a garantire la sicurezza della navigazione e la tutela delle rotte commerciali nell’area di Hormuz. L’Italia è disponibile a contribuire agli sforzi internazionali necessari, compresi quelli tecnici e operativi indispensabili al pieno ripristino del traffico marittimo, ma sempre in un quadro post-conflitto, con finalità esclusivamente difensive, nel rispetto della Costituzione e delle prerogative del Parlamento, come dimostrano anche le informative dei Ministri Tajani e Crosetto.
Nel frattempo, sul piano diplomatico, continuiamo a sostenere l’altalenante dialogo tra Stati Uniti e Iran e l’importante opera di facilitazione svolta da diversi Paesi, in particolare Qatar e Pakistan, nella consapevolezza che il negoziato resta fragile e che le questioni ancora aperte sono molteplici e complesse sempre che un negoziato sia ancora possibile alla luce delle ultime notizie che conoscete anche voi.
È evidente che una stabilizzazione duratura dovrà affrontare diversi nodi di fondo: la piena garanzia della natura esclusivamente pacifica del programma nucleare iraniano, la sicurezza dei Paesi della regione, la necessità che nessun attore continui ad alimentare instabilità attraverso attacchi, milizie o minacce alle rotte strategiche.
Il Vertice del G7 di Evian della settimana prossima rappresenterà un’occasione importante per confrontarci con i nostri partner – a partire, chiaramente, con il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump - sulle prospettive di questa crisi, così come di quella in Ucraina e sulle iniziative necessarie per consolidare ogni possibile progresso diplomatico. Successivamente, al Consiglio Europeo, lavoreremo affinché l’Unione esprima una posizione comune, seria, credibile.
L’Europa ha gli strumenti per dire la sua, a partire dal regime sanzionatorio. Se l’Iran dimostrerà con i fatti di voler tornare su un percorso serio, verificabile e costruttivo, l’Europa dovrà essere pronta ad accompagnare quel percorso con un alleggerimento graduale e reversibile, ma anche rapido, delle sanzioni. Se invece Teheran continuerà sulla strada sbagliata — minacciare la libertà di navigazione, attacchi, sostegno a milizie, violazione degli obblighi internazionali — allora l’Unione europea dovrà essere pronta a rafforzare la pressione, anche attraverso nuove misure mirate.
Si tratta di dare alla diplomazia una direzione chiara, e agli interlocutori un messaggio comprensibile: la strada della cooperazione può produrre benefici, la strada della destabilizzazione produce conseguenze.
E questa è la posizione che l’Italia porterà al Consiglio Europeo: lavorare perché la guerra finisca al più presto; garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz; sostenere la sicurezza dei partner del Golfo; mantenere aperto, con realismo e responsabilità, lo spazio della diplomazia.
Collegata alla crisi in Iran è anche la ripresa del conflitto in Libano, una Nazione alla quale l’Italia è legata da una profonda amicizia e da un impegno storico per la pace e la stabilità. È testimoniato, del resto, da decenni dai nostri soldati, che ancora una volta voglio ringraziare per il loro prezioso lavoro, condotto in Libano con professionalità, coraggio e senso dello Stato.
Proprio per questo siamo stati, e saremo, sempre molto chiari: ogni attacco contro UNIFIL, contro il suo personale, contro le sue basi e contro la libertà di movimento della missione è inaccettabile. Lo abbiamo condannato senza ambiguità e continueremo a farlo. La sicurezza dei caschi blu deve essere garantita da tutti gli attori sul terreno.
Chi colpisce o minaccia UNIFIL non colpisce soltanto una missione delle Nazioni Unite: colpisce la comunità internazionale e uno dei pochi presìdi che in questi anni hanno contribuito a evitare un conflitto ancora più ampio.
Detto questo, la priorità ora è sostenere il percorso politico avviato con il contributo decisivo degli Stati Uniti e con la scelta coraggiosa del Presidente Aoun di accogliere l’invito a svolgere negoziati diretti con Israele.
Il Presidente Aoun, che è un patriota, sa bene che non vi sarà futuro per il Libano senza la possibilità di vivere in pace con Israele, senza il pieno esercizio della sovranità dello Stato libanese e senza istituzioni in grado di garantire sicurezza e stabilità su tutto il territorio nazionale.
È l’esatto contrario della logica di Hezbollah, che dice di combattere per il Libano, ma nei fatti espone il Paese dei cedri a una guerra che il popolo libanese non vuole e che rischia di distruggere ogni prospettiva di ripresa. Allo stesso modo, abbiamo assistito con grande preoccupazione ai bombardamenti su Beirut e ribadiamo che le azioni israeliane per colpire i vertici di Hezbollah devono garantire la massima tutela della popolazione civile. Crediamo che una soluzione politica non possa prescindere dal disarmo di Hezbollah, così come deve prevedere il ritiro di Israele da tutto il Sud del Libano. Sono due passaggi essenziali per costruire un’architettura di sicurezza duratura.
In questo quadro, l’Italia continuerà a sostenere con convinzione le Forze Armate Libanesi, che rappresentano un presidio fondamentale dell’unità nazionale e della sovranità del Libano.
Continueremo, inoltre, ad intervenire in favore dei civili, in particolare nel Libano meridionale, dove la distruzione delle infrastrutture rende più difficile l’accesso agli aiuti e aggrava le condizioni di una popolazione già duramente provata. Abbiamo, per questo fine, recentemente approvato un nuovo pacchetto di aiuti da 15 milioni di euro.
Al Consiglio Europeo discuteremo anche del post-UNIFIL, alla luce delle opzioni presentate dal Segretario Generale delle Nazioni Unite: la decisione sulla conclusione della missione rende necessario preparare per tempo - in stretto coordinamento con Nazioni Unite, Stati Uniti, partner europei, autorità libanesi ed Israele - una presenza internazionale capace di evitare un pericoloso vuoto di sicurezza.
L’Italia, soprattutto se – come speriamo – i negoziati diretti a Washington avranno successo, continuerà a svolgere un ruolo di primo piano a sostegno del Libano e della pace tra Libano e Israele, come ha sempre fatto e come sta facendo anche in questi giorni difficili.
Non soltanto per quanto avviene in Libano, ma anche per la situazione a Gaza e in Cisgiordania, è chiaro che il Consiglio Europeo dovrà riflettere sulla direzione delle relazioni tra l’Unione Europea e Israele.
Su questo, mi piacerebbe, una volta tanto, che ci fosse un confronto capace di andare oltre l’enfasi della polemica facile, che produce certamente un ritorno immediato in termini di visibilità, ma non riflette l’importanza e la strategicità che il tema ha per la Nazione.
Voglio sperare che l’amicizia tra Italia e Israele, come il sostegno storico dell’Italia ai diritti del popolo palestinese, e la necessità di perseguire la soluzione dei due Stati, siano principi che tutti, in quest’Aula, condividiamo.
Magari dividendoci sui passi immediati e concreti per tutelare questi principi, ma riconoscendo gli uni agli altri la buona fede nel perseguire linee che, voglio ricordarlo, sono le storiche tradizionali linee di politica estera italiana, perseguite fin qui da Governi di ogni colore politico. Credo che si debba chiaramente dire che Israele ha diritto a vivere in sicurezza, senza la minaccia di attacchi terroristici, missili, droni o milizie armate ai propri confini, e che l’Europa debba riconoscere questa esigenza come parte essenziale di qualsiasi prospettiva di stabilità regionale.
Ma allo stesso modo, il Governo, ed io personalmente, non ci siamo nascosti quando andava riconosciuta, in Parlamento e nei consessi internazionali, l’inaccettabile gravità della situazione umanitaria a Gaza e l’illegalità degli insediamenti in Cisgiordania, condannando i coloni violenti e la politica dei ‘fatti compiuti’.
L’abbiamo fatto con Francia, Germania e Regno Unito, ribadendo la nostra ferma opposizione al progetto di insediamento in area E1, allo sfollamento forzato dei palestinesi e all’annessione della Cisgiordania. Abbiamo chiesto a Israele di porre fine alle politiche di insediamento, di garantire giustizia per le violenze dei coloni, di rispettare i Luoghi Santi di Gerusalemme, di revocare le restrizioni finanziarie che rischiano di strozzare l’Autorità Palestinese.
E, per questo, l’Italia intende sostenere misure mirate contro coloro che, come i coloni violenti, fomentano l’odio e l’estremismo, compromettendo la prospettiva dei due Stati. O come il Ministro Ben Gvir, che abbiamo chiesto di sanzionare a fronte dell’inaccettabile comportamento di cui si è reso protagonista nei confronti di cittadini italiani. E approfitto, anche, per rispedire al mittente le dichiarazioni che lo stesso Ministro ha fatto sulla nostra Nazione qualche giorno fa. Dichiarazioni che considero inaccettabili per l’Italia, ma anche poco dignitose per Israele.
Siamo poi in attesa di ricevere le proposte della Commissione europea sulle possibili restrizioni ai prodotti provenienti dagli insediamenti, che valuteremo nel merito, anche da un punto di vista tecnico e giuridico. Ma l’approccio deve essere pragmatico, e deve privilegiare l’obiettivo a cui si tende. Io non credo che isolare Israele possa essere un obiettivo o una strategia europea. L’isolamento di Israele è un fenomeno pericoloso, che allontana la pace, la rende più difficile e finisce per rafforzare le posizioni più estremiste tanto in Israele, quanto tra i nemici di Israele che a quell’isolamento hanno sempre lavorato.
Lo dico soprattutto in relazione all’ipotesi di sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. Punire la società civile israeliana, con misure restrittive, sarebbe non soltanto sbagliato, ma sarebbe controproducente. Tra le altre cose, metterebbe a rischio la presenza europea sul terreno, in Cisgiordania come a Gaza, in un momento in cui, invece, io credo che l’Europa debba cercare di essere più presente, e fare di più tanto per sostenere la popolazione civile quanto per preservare la soluzione dei due Stati.
Non possiamo, poi, distogliere l’attenzione da Gaza, dove, anche se un fragile cessate il fuoco tiene, la situazione rimane difficilissima. L’Italia sta continuando nel suo impegno umanitario per la popolazione: proseguono le evacuazioni di studenti, la consegna di beni alimentari nella Striscia e lavoriamo con i partner per creare le condizioni di una ripresa dei servizi essenziali a Gaza.
Ma non possiamo dimenticare che il Piano di Pace recepito dalla Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU prevede una serie di passi verso una prospettiva politica e una stabilità di lungo periodo nella Striscia. Ed è chiaro che, in questo percorso, l’Unione Europea deve impegnarsi di più e direttamente, anche con le missioni che ha già sul terreno. Questa è la posizione che l’Italia intende sostenere.
Il prossimo Consiglio Europeo farà il punto anche sui temi della difesa. A me pare chiaro che, di fronte a una realtà sempre più imprevedibile, considerare la propria difesa e la propria sicurezza come un orpello, o come una materia da usare per garantirsi consenso facile, sarebbe miope e decisamente poco responsabile. E infatti questo Governo ha fatto un’altra scelta. Che è quella della verità: spiegare ai cittadini che oggi più che mai è necessario investire nella propria difesa per garantire la capacità di contrare, decidere autonomamente, difendere i propri interessi.
Investire di più, rafforzare la propria capacità industriale, sostenere l’Autonomia Strategica Aperta, che significa da una parte rafforzare la nostra base industriale nel settore della difesa e sviluppare le nostre capacità autonome, ma dall’altra promuovere partnership industriali e strategiche con i partner chiave. A partire dagli altri Membri della NATO, ma non solo.
E qui penso soprattutto ai Paesi del Golfo, al Giappone, all’India e alla Corea. E approfitto per annunciare che il Presidente coreano Jae-Myung sarà in visita di Stato a partire da questa sera, e il Primo Ministro giapponese Takaichi sarà a Roma nella giornata di lunedì, come il Primo Ministro Modi è venuto in visita in Italia tre settimane fa, a dimostrazione di come vi sia – da parte dei Paesi dell’Indo-pacifico – crescente volontà di cooperare con noi.
Sosteniamo, insomma, l’approccio e le iniziative dell’UE volte a rafforzare la sicurezza e la difesa del continente. Siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità, e fare quello che è necessario per proteggere l’Italia e i suoi cittadini, a partire dal tema della sicurezza. Lo ribadiremo al Vertice NATO, dove l’Italia si presenterà con una percentuale del 2,8% del proprio Prodotto interno lordo investito in difesa e sicurezza, segnando un aumento dello 0,71% che è garantito, però, soprattutto alle spese legate alla sicurezza sul territorio.
E proprio perché non ci sottraiamo alle nostre responsabilità, proprio perché non ci manca il coraggio per dire le cose come stanno, non possiamo non considerare il mutamento dello scenario nel quale operiamo. La difesa è importante, certo, ma mettere al riparo le famiglie e le imprese italiane dalla crisi in atto, lo è altrettanto. E queste due priorità sono interconnesse. Senza sicurezza, l’energia finirebbe per costare sempre di più. Senza energia, non rimarrebbe più nulla da difendere con le armi.
Abbiamo posto questa questione con chiarezza, scrivendo una lettera alla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con la quale chiedevamo di garantire maggiore flessibilità di bilancio agli Stati Membri per affrontare la crisi energetica, utilizzando meccanismi finanziari simili a quelli previsti proprio per la difesa. Dopo un negoziato lungo e complesso abbiamo ricevuto la risposta che auspicavamo.
La possibilità di attivare su base volontaria la cosiddetta “National Escape Clause” ci consentirà di investire quattordici miliardi di euro, nei prossimi tre anni, per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia, che colpisce soprattutto le famiglie vulnerabili e le imprese energivore, ma più in generale tutti gli italiani.
Si tratta di un risultato molto importante, che in parecchi consideravano impossibile, ma che abbiamo centrato, dimostrando la capacità dell’Italia di far valere in Europa i propri interessi, e proporre soluzioni efficaci e di buon senso.
Anche in questo caso ho ascoltato polemiche surreali, spesso basate su affermazioni infondate, come accade quando gli argomenti scarseggiano. La posizione del nostro Governo su alcune misure del Green Deal - e ci tornerò - è nota e non è mutata. Ma, al contrario di chi guarda alle politiche energetiche con la lente dell’ideologia, il nostro Governo è pienamente impegnato nella realizzazione di un mix energetico nazionale, utile agli interessi dei cittadini e delle imprese.
È per questo che abbiamo varato un disegno di legge delega sull’energia nucleare, che riteniamo la vera soluzione alla nostra dipendenza energetica nel medio e lungo periodo; è per questo che continuiamo a sostenere l’importanza dei biocarburanti come vettore energetico di transizione; è per questo che – udite, udite! - con il nostro Governo abbiamo raggiunto il massimo storico di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili. Eh, lo so, può dare fastidio…
Peraltro, ricordo che lunedì scorso la Commissione ha approvato ulteriori 23 miliardi aiuti di Stato a sostegno della produzione nazionale di energia elettrica da fonti rinnovabili. Si prevede che gli impianti aggiungeranno così un totale di 37,15 gigawatt di capacità di produzione di energia elettrica, con il risultato di aumentare del 48% l’attuale capacità di energia prodotta da fonti rinnovabili in Italia.
Con lo stesso pragmatismo, nelle prossime settimane provvederemo a definire, in stretto raccordo con la Commissione, un paniere di misure finanziabili grazie alla flessibilità che abbiamo ottenuto. E questo consentirà, tra l’altro, di alleggerire il bilancio nazionale e di avere più risorse per sostenere le famiglie e le imprese in questa difficile congiuntura.
Sono, in sostanza lontani, colleghi, i tempi in cui l’Italia, per avere maggiore flessibilità di bilancio, doveva dirsi disponibile a ricevere più immigrati illegali sul suo territorio. Quelli erano altri tempi. Oggi c’è un Governo che riesce a ottenere maggiore flessibilità per venire incontro alle esigenze concrete dei cittadini proprio mentre può vantare una diminuzione dell’ottanta per cento di immigrati illegali che sbarcano sulle sue coste.
L’energia sarà chiaramente al centro di una specifica sessione del Consiglio Europeo dedicata alle sfide economiche globali. Sul tema, le conclusioni dell’ultimo Consiglio hanno indicato una direzione chiara e pragmatica, invocando la necessità di azioni concrete per ridurre i prezzi, far fronte all’eccessiva volatilità nel breve termine e attenuare l’impatto del sistema di scambio di quote di emissione (cioè ETS) sui prezzi dell’energia elettrica.
È stato un risultato faticoso e non scontato. E qui c’è un punto fondamentale che io penso vada chiarito. Le sintesi che la politica raggiunge, all’esito di lunghissime discussioni, non sono un esercizio dialettico. Sono l’esercizio della democrazia. Ognuno di noi, quando si presenta in Consiglio Europeo, lo fa con alle spalle un mandato del proprio Parlamento. Quel Parlamento, a sua volta, opera secondo un mandato popolare.
Per questa ragione, le decisioni che noi prendiamo devono essere rispettate, devono essere attuate, non possono essere rimesse in discussione, o addirittura ribaltate, da interpretazioni surreali, ammantate come tecniche, di burocrati che non devono rendere conto a nessuno delle proprie decisioni. E che forse, anche per questo, hanno finito per perdere il contatto con la realtà.
Lo abbiamo visto con l’attuazione del principio della neutralità tecnologica, lo abbiamo visto con il recente atto delegato in materia di revisione dei benchmark ETS – di cui chiediamo una revisione urgente - e lo stiamo vedendo nelle prime anticipazioni del contenuto della revisione organica del sistema ETS attesa per luglio. Dal focus sulla riduzione dell’impatto sui prezzi dell’energia, man mano stiamo passando alla possibile introduzione di nuovi meccanismi che potrebbero addirittura finire per complicare il meccanismo, invece di semplificarlo, come era richiesto.
Lo dico qui, dopo averlo ribadito anche in occasione della videoconferenza sulla competitività di lunedì, organizzata insieme al Cancelliere tedesco Friedrich Merz e al Primo Ministro belga Bart De Wever, perché chiedo un mandato chiaro a tenere il punto su questo tema. Anche da qui si testa il cambio di passo, politico e strategico, dell’Europa. Solo se semplifichiamo e rendiamo più veloci i processi amministrativi, possiamo sperare di rilanciare gli investimenti e aumentare le occasioni di crescita del Continente.
Altra questione fondamentale in materia di competitività è quella legata al commercio internazionale. In una fase in cui pratiche commerciali sleali mettono sotto pressione la competitività dell’industria europea, anche in settori strategici per la nostra sicurezza economica, è essenziale che l’Ue rafforzi i propri strumenti di difesa commerciale, così da garantire condizioni di concorrenza eque, proteggere la capacità produttiva e salvaguardare occupazione e investimenti.
È un’esigenza che viene rivendicata con forza dal mondo produttivo italiano ed europeo, che chiede strumenti più efficaci e tempestivi per contrastare distorsioni del mercato sempre più frequenti. Per questo l’Italia, insieme ad altri Stati Membri, ha avanzato proposte volte a rendere più incisiva l’azione dell’Unione.
Non si tratta di chiudersi agli scambi internazionali né di agire contro specifici Paesi, ma di assicurare quella reciprocità senza la quale la nostra civiltà è un fardello e non un faro, in materia di diritti, standard di sicurezza, equità, giustizia.
In questo quadro, si inserisce anche il nuovo sistema europeo di controllo degli investimenti esteri, che consentirà una valutazione più attenta delle operazioni suscettibili di incidere sulla sicurezza nazionale o di generare dipendenze strategiche in settori essenziali. È importante sottolineare che, grazie all’impegno italiano, la decisione finale continuerà a spettare agli Stati Membri, nel pieno rispetto delle rispettive prerogative nazionali.
Le dipendenze economiche strategiche, in particolare nel campo delle materie prime critiche e delle terre rare – ma pensiamo anche al tema dei fertilizzanti, che sono così cruciali per la nostra sicurezza alimentare – rappresentano oggi una delle principali sfide geopolitiche. Per affrontarle occorre anzitutto diversificare le fonti di approvvigionamento, ampliando la rete dei partenariati strategici e degli accordi commerciali dell’Unione europea. E, allo stesso tempo, è fondamentale consolidare la cooperazione con i nostri partner più stretti, per costruire catene del valore più affidabili e sicure nei settori tecnologici e industriali più avanzati. Strategia nella quale si inserisce anche il Piano Mattei, con il quale l’Italia promuove partenariati di lungo periodo, basati su una collaborazione paritaria e di reciproco beneficio. La sicurezza economica è, insomma, parte integrante della sicurezza nazionale ed europea. Difendere la competitività delle nostre imprese, ridurre le dipendenze strategiche e rafforzare la resilienza delle nostre filiere significa garantire crescita, occupazione e autonomia decisionale all’Europa del futuro.
Tutte queste priorità, chiaramente, dovranno trovare spazio anche nel nuovo Quadro Finanziario Pluriennale, ovvero il bilancio dell’Unione Europea.
Grazie anche all’impegno italiano, nel corso degli ultimi mesi sono stati compiuti progressi nel negoziato: è stata riconosciuta la possibilità per gli Stati Membri di aumentare le dotazioni per la Politica Agricola Comune; sono state rafforzate le garanzie a tutela delle Regioni; siamo riusciti a ottenere maggiori tutele in favore delle PMI nel Fondo per la Competitività; è stato riconosciuto il principio della neutralità tecnologica nella decarbonizzazione industriale.
Ma la strada da fare è ancora lunga, perché la proposta possa rappresentare un compromesso maturo e soddisfacente. Sul piano del metodo, voglio sottolineare ancora una volta, al Consiglio Europeo, che non intendiamo assecondare, o vincolarci, a tempi di negoziato predefiniti e artificiali. L’Italia si assumerà le responsabilità di un accordo solamente quando saremo certi di aver raggiunto il miglior compromesso possibile, per la nostra Nazione e per l’Europa nel suo complesso.
Detto questo, la novità del prossimo Consiglio è che per la prima volta si parlerà dei numeri del prossimo QFP.
Quindi, vale la pena ribadire almeno tre concetti, per noi, fondamentali.
Primo: non accetteremo un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori;
Secondo: i cosiddetti “rebates” vanno eliminati. Se si arriverà a mantenere questo sistema anacronistico chiederemo che, in qualità di terzo contributore netto al bilancio della UE, anche l’Italia goda dello stesso privilegio;
Terzo: chi vuole finanziare le nuove priorità tagliando le politiche tradizionali, deve guardare altrove. Da parte nostra, siamo pronti a investire su competitività e difesa, ma questo non si potrà fare a spese di PAC, della Pesca o della Coesione. Piuttosto, si comincino a tagliare le spese per l’Amministrazione europea, che nella proposta della Commissione vengono aumentate di più del 20%, segnale in totale controtendenza rispetto a quelli che noi cerchiamo di dare ogni giorno e che vengono richiesto a noi.
Dopodiché, come dicevo, nuove priorità chiamano nuove risorse.
Stiamo analizzando e discutendo il pacchetto di nuove risorse proprie, incluse quelle avanzate dal Parlamento europeo. Siamo aperti ad analizzare alcune di queste proposte, come un intervento sui profitti derivati dalle criptovalute o forme di “digital tax” europea. Ma il nostro principio guida sulle risorse proprie rimane lo stesso: le entrate del bilancio UE si possono incrementare solo a patto che questo non si ripercuota su imprese, cittadini e finanze pubbliche.
Accanto al più ampio tema dei numeri, nelle prossime settimane saranno oggetto della nostra massima attenzione anche alcuni aspetti apparentemente più tecnici, ma con implicazioni decisive sulla capacità di spesa dei fondi UE e sull’equità fra Stati Membri.
Faccio qui riferimento al tema della condizionalità, in tutte le sue forme, che può rappresentare un vero e proprio ostacolo ad un’attuazione efficace del prossimo bilancio. Siamo certamente a favore di regole chiare, ma non siamo a pronti a consegnare a chicchessia strumenti di pressione indebita sull’attività di governi nazionali e sovrani.
Parto dal principio “Do no significant harm”, letteralmente “non arrecare danni significativi”. Nelle intenzioni della Commissione, la sua applicazione potrebbe tradursi nell’esclusione automatica dai fondi europei di intere categorie di investimenti ritenuti incompatibili con gli obiettivi ambientali. Questo è esattamente quello che non vogliamo e che non siamo disposti ad accettare: in un mondo in cui Stati Uniti e Cina mobilitano miliardi e miliardi per incentivare la propria industria e la propria competitività, l’Europa non può fare la scelta diametralmente opposta, cioè quella di rappresentare essa stessa un ostacolo alla propria industria e alla propria competitività.
Altro tema fondamentale è quello della condizionalità legata al rispetto dello Stato di diritto. Ora, qui, prima che l’opposizione ritiri fuori il suo ridicolo armamentario sul governo illiberale, voglio ribadire una cosa lapalissiana per chiunque mantenga un briciolo di onestà intellettuale: questo Governo non è contro lo Stato di diritto. Tutt’altro. Questo Governo sa, però, che nella civiltà occidentale il fondamento dello Stato di diritto è l’uguaglianza di fronte alla legge.
Quindi se di Stato di diritto vogliamo parlare, il principio va rispettato da tutti alla stessa maniera, Commissione Europea inclusa.
Non è concepibile che un documento informale - la Relazione annuale sullo Stato di diritto -, predisposta da funzionari della Commissione sulla base di articoli di giornale e non da istanze giurisdizionali, possa assumere un carattere vincolante capace di bloccare, senza contraddittorio, l’erogazione dei fondi a uno Stato Membro.
E deve far riflettere, colleghi, il fatto che Paesi accusati di violare lo Stato di diritto quando sono governati da maggioranze reputate sgradite diventino poi di colpo pienamente in linea con i principi europei al cambio di governo, pur rimanendo inalterate le leggi che vengono contestate. Continueremo a lavorare per correggere queste distorsioni, perché sono lontane dall’idea di Europa che abbiamo in mente.
Allo stesso tempo, intendiamo contrastare ogni proposta volta a fare aumentare i controlli e le condizionalità al crescere dei fondi europei assegnati.
La nostra posizione su questo è chiara: le regole devono valere per tutti allo stesso modo. Si tratta di uno dei principi base iscritti nei Trattati.
In definitiva, continueremo a lavorare strenuamente per un bilancio efficace, che sostenga gli Stati membri senza diventare uno strumento di pressione per finalità per cui i Trattati ed i Regolamenti europei vigenti prevedono già strumenti dedicati, a partire dalle procedure di infrazione e dal ruolo della Corte di Giustizia.
Infine, anche in questo Consiglio Europeo, torneremo a parlare di immigrazione.
La scorsa settimana è stato raggiunto a Bruxelles l’accordo sul nuovo Regolamento europeo sui rimpatri. Un accordo storico, frutto soprattutto del nostro lavoro, grazie al quale chi non ha diritto a restare nell’Unione europea potrà essere rimpatriato in modo più rapido ed efficace. E grazie al quale sarà possibile aprire centri di rimpatrio nei Paesi terzi, seguendo la strada avviata con il tanto contestato Protocollo Italia-Albania. Una soluzione innovativa che in tanti hanno contrastato in ogni modo, ma che grazie a questo Governo è diventata, oggi, uno strumento a disposizione dell’Europa intera. Difendere i confini, ridurre drasticamente gli sbarchi, combattere i trafficanti di esseri umani, rafforzare la cooperazione con i Paesi di origine e di transito, rimpatriare subito chi non ha diritto a stare qui: l’Italia ha indicato la strada, e oggi l’Europa la sta percorrendo.
Un successo simile lo abbiamo raccolto anche in materia di convenzioni internazionali, attraverso un processo, avviato lo scorso anno da Italia e Danimarca, che ha portato all’adozione a Chisinau, il 15 maggio, della Dichiarazione su migrazioni e Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, sottoscritta da tutte le 47 Nazioni che compongono il Consiglio d’Europa.
Un risultato impensabile solo un anno fa, quando insieme al Primo Ministro danese Frederiksen ho promosso una prima lettera aperta in questo senso. Una dichiarazione che ha riconosciuto, tra le altre cose, la legittimità per gli Stati Membri di perseguire soluzioni innovative, come il trattamento appunto in Paesi terzi delle domande di asilo.
La sicurezza dei confini, tuttavia, non può essere considerata solo in chiave migratoria. Deve estendersi alle altre grandi emergenze del nostro tempo, ambiti nei quali l’Italia sta assumendo un ruolo sempre più centrale, contribuendo a orientare il dibattito e a promuovere soluzioni concrete. Mi riferisco, innanzitutto, all’impegno contro il traffico di droga, che trova concreta attuazione nei principali contesti multilaterali, dall’ONU al G7, dall’UE alla Comunità Politica Europea, dove, insieme alla Francia, abbiamo lanciato la Coalizione Europea contro le droghe che vede, ad oggi, l’adesione di oltre 30 Nazioni europee.
Nei prossimi mesi il nostro Paese ospiterà due importanti appuntamenti internazionali: il primo, a Palermo, dedicato alla sicurezza dei porti; il secondo, presso la Comunità di San Patrignano, eccellenza italiana riconosciuta a livello internazionale, incentrato sulla prevenzione e sul recupero dalle tossicodipendenze.
Mi riferisco, poi, anche alla situazione epidemiologica nell’Africa centrale, legata al recente focolaio del virus Ebola registrato nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda. Nei giorni scorsi ho scritto ai Vertici europei per chiedere, nel pieno rispetto delle prerogative nazionali in materia di tutela della salute, un rafforzamento del coordinamento delle attività di vigilanza alle frontiere, anche attraverso l’adozione di regole comuni per la gestione degli arrivi, diretti e indiretti, di persone potenzialmente esposte al virus. Da questa iniziativa sono scaturiti incontri tra i Ministri competenti che consentiranno, nel corso del Consiglio Europeo, di coordinare decisioni a protezione dei cittadini europei.
Signor Presidente, Onorevoli Colleghi,
come si vede, il contesto è complesso e delicato. In questo scenario, l’Italia sa che la sfida più importante è saper scegliere ciò che è più giusto in luogo di ciò che è più facile. Per farlo, continueremo a interpretare con lucidità i cambiamenti dello scenario internazionale e a promuovere soluzioni pragmatiche ed efficaci, difendendo i nostri valori e i nostri interessi.
Continueremo, cioè, ad agire con realismo e determinazione, senza cedere alle semplificazioni e senza nascondere la realtà dei fatti. Perché le decisioni più importanti per il futuro dell’Europa richiedono anzitutto il coraggio della verità.
È con questa consapevolezza che parteciperemo al prossimo Consiglio Europeo: non per inseguire il corso degli eventi, ma per contribuire a determinarlo.
Questa, del resto, è la linea che abbiamo seguito finora. Una linea fondata sulla chiarezza delle scelte, sulla serietà degli impegni assunti e sulla difesa dell’interesse nazionale, nel quadro di una dimensione europea.
Una strada che non promette scorciatoie, ma risultati. Non cerca il consenso più facile, ma le decisioni più giuste. Ed è su questa strada, ancora una volta, che chiediamo il sostegno di questo Parlamento.
Vi ringrazio.













