C'è un passaggio negli atti dell'inchiesta che ha portato all'arresto di Emanuel Iannuzzi e alla nuova contestazione nei confronti di Manuela Aiello che potrebbe assumere un peso particolare nel prosieguo delle indagini sulla morte della piccola Beatrice. Non si tratta delle testimonianze delle sorelle, né degli accertamenti medico-legali o delle immagini analizzate dagli investigatori. A colpire è invece una conversazione avvenuta quasi tre settimane prima della morte della bambina, nella notte tra il 17 e il 18 gennaio.
Secondo quanto emerge dagli atti, quella sera nell'abitazione di Bordighera si sarebbe verificato un episodio ritenuto particolarmente significativo dagli investigatori. La Procura colloca proprio in quella data alcuni dei fatti considerati centrali nell'inchiesta, richiamando le dichiarazioni delle due sorelle maggiori e gli altri elementi raccolti nel corso delle indagini.
Dopo quella serata, Manuela Aiello si sarebbe recata a Perinaldo insieme a Emanuel Iannuzzi. Alle 2.40 della notte avrebbe contattato telefonicamente la madre dell'uomo. Il giorno successivo le avrebbe poi inviato un lungo messaggio. Tra i passaggi riportati negli atti vi è una frase che oggi assume una particolare rilevanza: “Tante situazioni che si sono dimostrate ieri sera mi hanno purtroppo mandato fuori perché io determinate cose da donna e da mamma non le posso vedere e non le posso sentire”.
Nello stesso messaggio la donna scrive ancora: “Io ti chiedo perdono proprio perché so che sei una donna e una mamma” e richiama più volte il ruolo della destinataria come nonna.
A chi si riferiva Manuela Aiello in quel messaggio? Alla piccola Beatrice? È proprio su questo punto che si concentra una parte del ragionamento investigativo. Negli atti si evidenzia infatti come i riferimenti al ruolo di madre e a quello di nonna siano ritenuti compatibili con una situazione che "riguarderebbe una delle figlie della donna" e che, secondo gli inquirenti, "sarebbe già apparsa particolarmente preoccupante".
Per gli investigatori, dunque, quella conversazione rappresenterebbe un elemento che contribuirebbe a dimostrare come all'interno del nucleo familiare vi fosse già la consapevolezza dell'esistenza di una situazione particolarmente grave.
Al termine dell'interrogatorio di garanzia, l'avvocato Bruno Di Giovanni, che assiste la donna insieme alla collega Laura Corbetta, ha spiegato che la propria assistita “ha negato ancora di aver mai messo le mani addosso alle sue figlie, né a Beatrice né alle altre, e ha detto che in sua presenza non ha assistito a episodi di violenza nei confronti delle sue figlie”. Il legale ha inoltre sottolineato come la difesa non avesse ancora ricevuto integralmente gli atti dell'inchiesta prima dell'udienza di ieri.
Una posizione difensiva netta, nella quale assume particolare rilievo il riferimento a quanto sarebbe avvenuto “in sua presenza”, che tuttavia si confronta con il contenuto dell'ordinanza e con uno dei temi che potrebbero assumere un ruolo centrale nelle prossime fasi processuali: quello della responsabilità omissiva.
Lo stesso Di Giovanni, rispondendo alle domande dei giornalisti all'esterno del tribunale, ha riconosciuto come la questione giuridica vada oltre l'eventuale individuazione dell'autore materiale delle presunte violenze. “Valuteranno i giudici se il fatto che comunque la bambina abbia subito dei maltrattamenti, anche ad opera eventualmente di terzi, possa chiamare in causa la sua responsabilità di carattere omissivo, avendo lei l'obbligo di protezione della figlia”, ha dichiarato il legale.
Ed è proprio questo uno dei punti che emerge dagli atti dell'inchiesta. Nella ricostruzione richiamata dagli investigatori viene infatti ricordato come, secondo una consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione, il reato di maltrattamenti possa essere configurato anche in forma omissiva quando un genitore non garantisce al figlio minore le necessarie condotte di cura, assistenza e protezione.
Nel caso specifico, l'impianto accusatorio non riguarda soltanto presunte condotte attive, ma anche l'aver più volte lasciato le figlie sole, affidandole alla sorella maggiore, di soli nove anni, e l'aver ignorato o sottovalutato situazioni che, secondo l'accusa, avrebbero richiesto un intervento immediato.
Tra gli elementi richiamati dagli investigatori figurano infatti diversi episodi nei quali la donna avrebbe lasciato le bambine nell'abitazione di Bordighera per raggiungere Iannuzzi a Perinaldo. In alcuni passaggi degli atti viene descritto un quadro nel quale sarebbe stata Gaia a dover accudire le sorelle minori nonostante la sua giovanissima età.
La conversazione con la madre di Iannuzzi assume quindi un rilievo particolare nell'economia dell'inchiesta, poiché rappresenta uno degli elementi attraverso cui la Procura ritiene di poter dimostrare che la donna fosse consapevole dell'esistenza di una situazione problematica ben prima della morte della bambina. Saranno ora il confronto processuale e le successive fasi dell'indagine a stabilire quale valore attribuire a quel messaggio e agli altri elementi raccolti dagli investigatori.






