Vi stupirei se vi dicessi che il nostro inconscio ci controlla? Come Life Coach posso dirvi che il nostro cervello automatizza gran parte delle funzioni per risparmiare energia, trasformando esperienze passate, abitudini, istinti in “pilota automatico”.
Poiché le reazioni a queste esperienze avvengono inconsciamente, influenzano le nostre decisioni ancora prima che possiamo analizzarle razionalmente. Esistono processi cognitivi profondi che agiscono sotto la soglia della consapevolezza.
Sono gli schemi relazionali appresi; i conflitti emotivi repressi e i condizionamenti culturali. Sto parlando di meccanismi psichici che operano in modo automatico, influenzando percezioni e comportamenti, senza che ne siamo pienamente consci.
Analizziamoli uno ad uno. Gli “schemi relazionali” sono modelli operativi interni appresi nelle prime esperienze affettive profonde (es. il rapporto tra neonato e madre; il legame con i nonni; le dinamiche tra fratelli; il contatto con figure educative precoci).
Queste prime interazioni creano una base sicura o insicura che il bambino andrà a interiorizzare. Le stesse esperienze affettive si trasformeranno in modelli operativi interni, ovvero mappe mentali automatiche che guideranno il modo in cui il bambino, da adulto, si aspetterà di essere trattato e come si relazionerà con agli altri. E saranno proprio le sue aspettative e le sue reazioni nelle interazioni quotidiane che lo porteranno spesso a ripetere copioni appresi nell'infanzia.
I “conflitti emotivi repressi” invece si verificano quando desideri o impulsi contrastano con i propri valori o con la realtà esterna. Sono lotte interiori inconsce: una parte di noi ci spinge verso un desiderio, mentre l'altra, guidata da dovere o da paure, lo blocca. Poiché questo contrasto avviene sotto il radar della consapevolezza la tensione rimane attiva e condiziona il comportamento senza che la persona sappia il perché.
Questi conflitti sono energie bloccate che nascono quando parti profonde di noi che non riusciamo a vedere desiderano qualcosa che la nostra mente razionale o il contesto sociale rifiuta. Poiché queste spinte opposte restano inconsapevoli, generano una pressione costante che può manifestarsi con reazioni emotive sproporzionate senza che noi ne comprendiamo la causa reale. Vi faccio un esempio. Luisa, 20 anni, percepisce un bisogno profondo di indipendenza dalla famiglia che però contrasta con la sua paura di deluderla.
Questo la porta a scegliere lavori o relazioni approvate dalla famiglia, ma che le provocano un senso di soffocamento. Senza capire il perché a lungo andare la ragazza si sentirà costantemente frustrata e insoddisfatta. Questa tensione invisibile andrà a logorare la sua energia mentale, portandola ad avere reazioni di rabbia o tristezza improvvise verso situazioni che sembrano innocue.
Queste sono lo sfogo del conflitto che nasce perché il desiderio profondo le chiede di allontanarsi fisicamente o emotivamente dalla famiglia, rendendosi indipendente, mentre la paura di deludere i familiari associa questo distacco al rischio di rompere il legame affettivo e di essere giudicata. Poiché la famiglia rappresenta per molti la base sicura, il sistema interno percepisce l'indipendenza come un pericolo, creando un blocco automatico.
Questo crea un corto circuito interno. Allora, a protezione il sistema psichico allontana il conflitto dalla coscienza, ma questo continua ad agire nell'ombra, manifestandosi spesso con sintomi fisici e con comportamenti apparentemente inspiegabili.
E poi ci sono i “condizionamenti culturali” che non sono altro che l'interiorizzazione profonda di norme, tabù e aspettative del contesto sociale in cui cresciamo. Agiscono come filtri che definiscono ciò che consideriamo “normale”, “giusto o sbagliato”, “sconveniente o decoroso”, orientando le nostre scelte prima ancora che avvenga una valutazione critica. I condizionamenti culturali agiscono come un “software invisibile”, installato durante l'infanzia: interiorizziamo le aspettative sociali (ruoli, successi e comportamenti) finché non vengono confuse con la nostra vera natura. In parole semplici, le regole, le idee o i valori esterni diventano parte integrante del nostro modo di pensare e di agire, come se fossero sempre stati nostri.
Così quando un “desiderio autentico” sfida un condizionamento, il nostro cervello innesca un senso di colpa automatico e una resistenza di cui non ci rendiamo conto, ma che sporca la nostra scelta (“faccio questo, ma non lo sento nelle mie corde”). I desideri autentici nascono dalla nostra essenza profonda, ovvero dai bisogni biologici. Sono talenti naturali e inclinazioni personali che esistono da prima del condizionamento ambientale e culturale.
Quando la vita quotidiana non rispecchia chi siamo davvero, questa spinta vitale emerge con una insofferenza o una tensione a cui non riusciamo a dare una spiegazione. Questo può succedere ad esempio a Marco che ama l'arte e la musica, ma che è cresciuto in una famiglia che considera prestigiosa solo una carriera in giurisprudenza o in medicina.
Il ragazzo interiorizza il dovere di studiare legge per compiacere i genitori, finendo per sabotare inconsciamente i suoi esami o sentirsi costantemente vuoto, poiché il suo desiderio autentico di “creare” viene costantemente represso. Ecco come l’inconscio, attraverso l'interazione tra queste tre dimensioni, crea una trama complessa che definisce gran parte della nostra identità e di come “viviamo” nel mondo. Detto ciò, vi potrà sembrare impossibile, ma possiamo in parte intervenire sull’inconscio, rimodellando il nostro cervello, grazie alla sua neuroplasticità.
Essa è una proprietà biologica intrinseca del sistema nervoso che non è altro che la capacità dinamica del cervello di modificare la propria struttura e funzione in risposta all'esperienza, all'apprendimento, ai danni e ai fattori ambientali. E’ un meccanismo fisico che permette di “sovrascrivere” i vecchi schemi neurali automatici: ripetendo coscientemente nuovi pensieri e comportamenti, si indeboliscono le vecchie vie neurali, legate ai conflitti repressi e vengono consolidate vie nuove e più sane. Quando si esercita intenzionalmente una reazione diversa davanti a un vecchio stimolo, si sta letteralmente ristrutturando “l’architettura cerebrale”. In questo modo, trasformiamo un automatismo inconsapevole in una scelta consapevole. Iniziare a monitorare i propri processi mentali è il primo passo per trasformare pattern (scorciatoie cognitive) consolidati. In parole semplici, per cambiare un'abitudine bisogna praticare la ripetizione e cioè svolgere la nuova azione costantemente, finché il cervello non crea un nuovo percorso neurale più veloce e automatico. Si tratta di sostituire un comportamento. Vi faccio qualche esempio. Immaginate di voler smettere di reagire con rabbia nel traffico. Anziché urlare provate a fare tre respiri profondi ogni volta che trovate un ingorgo o un semaforo rosso.
Ripetendo questa azione il cervello smetterà di attivare il percorso della rabbia e creerà un nuovo sentiero automatico verso la calma. Dopo diverse settimane vi ritroverete, immersi nel traffico, a respirare profondamente senza nemmeno pensarci. Immaginatevi stanchi e inquieti a fine giornata, rientrate in casa e il vostro compagno non sta facendo quello che vi aspettavate. La prima reazione è quella di criticarlo e di scaricargli addosso il vostro stress, senza chiedergli spiegazioni. Provate a prendervi 10 secondi di silenzio prima di parlare.
Questo spazio crea una nuova connessione neurale che sostituisce la reazione impulsiva di attacco con una risposta più calma e consapevole. La consapevolezza è molto potente perché ci permette di riconoscere il meccanismo sbagliato. Quando realizzate che la rabbia deriva dalla vostra stanchezza e non delle azioni del partner, bloccherete il vecchio schema automatico e aprirete la strada a una risposta più razionale, sensata e serena.
Un altro strumento fondamentale da utilizzare è l'ascolto attivo: quando, in una discussione, sentite l'impulso di interrompere per difendervi o imporre il vostro pensiero, fermatevi e ripetete mentalmente ciò che l'altro ha detto per convalidare il suo punto di vista. Questo blocca la reazione difensiva automatica e costruisce un nuovo percorso neurale, basato sull'empatia anziché sul conflitto. Sul posto di lavoro provate a sostituire il giudizio con la curiosità: davanti a un errore altrui invece di pensare subito “è colpa tua”, sforzatevi di chiedere cosa è successo. Allenando questa reazione trasformerete il vostro approccio da accusatorio a collaborativo, migliorando sensibilmente il clima relazionale.
Quando, attraverso la consapevolezza, riusciamo a portare a galla un conflitto la nostra attenzione interrompe il “pilota automatico”. Ripetendo i nuovi pensieri e reazioni il cervello lascia andare le vecchie connessioni neurali, legate ai condizionamenti, alle cattive abitudini e ne costruisce di nuove. E’ una ristrutturazione fisica che trasforma l'inconscio in consapevolezza, rendendo le nostre scelte quotidiane più libere da vecchi schemi. Ma come possiamo riuscire a portare a galla un conflitto di cui non siamo consapevoli? Osservate le vostre reazioni sproporzionate. Quando provate rabbia o ansia intensa per motivi apparentemente banali, fermatevi e chiedetevi quale nervo scoperto ha toccato davvero quella emozione disfunzionale. “Cosa mi sta ricordando davvero questa situazione? Quale paura sta emergendo?”. Potete provare a scrivere tutto su un diario, annotando questi momenti di tensione. Vedrete che nel tempo potrete notare degli schemi ricorrenti che collegano il vostro presente a vecchi condizionamenti. Questo esercizio di auto osservazione vi aiuterà a scovare schemi ripetitivi, trasformando in pensieri logici ciò che prima era solo una sensazione di malessere.
Vi faccio un esempio pratico: notate una rabbia eccessiva, se un collega vi corregge un piccolo errore? Invece di reagire in attacco, fermatevi e scrivete cosa avete provato. Spesso scoprirete che quella reazione non riguarda il collega, ma una vecchia paura dell’infanzia di essere giudicati o di non essere ritenuti all'altezza. Certo, è un percorso impegnativo, ma necessario, se volete trasformare concretamente la vostra capacità di affrontare le sfide della vita. Il Coaching in questo può aiutarvi in quanto agisce come stimolo per la neuroplasticità, poiché l'apprendimento di nuove abitudini e il cambiamento di prospettiva creano e rafforzano nuovi percorsi neurali.
Come sempre il mio consiglio è quello di affidarvi, se ne sentite il bisogno, a professionisti seri ed esperti.






