"Il ricordo sia un ponte con il passato, capace di tessere prospettive future edificate sul monito di ciò che è stato". Così il prefetto Antonio Giaccari in occasione della Giorno del Ricordo, dedicata alle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.
Al centro della commemorazione, le testimonianze delle famiglie Vivoda e Orengo, nomi che custodiscono il ricordo diretto delle vicende che hanno segnato la Storia. Accanto a loro, la famiglia Chierotti, legata alla perdita di un figlio, militare italiano ucciso in Afghanistan. "Famiglie che hanno conosciuto il dolore e le atroci sofferenze della guerra", ha ricordato il prefetto Antonio Giaccari, sottolineando il filo che unisce tragedie lontane nel tempo. Paola Vivoda, figlia di un esule istriano, ha richiamato il senso profondo della memoria: "Ricordare non significa riaprire ferite, ma dare dignità ai morti, agli esuli, ai sopravvissuti. La memoria non è definitiva, va costruita: senza non c’è giustizia né futuro".
Tra le storie rievocate, quella di Antonio Orengo. Nato a Latte il 7 luglio 1926, si arruolò volontario nella Guardia di Finanza nel 1943, nonostante i tentativi degli amici di dissuaderlo. Partì per timore di ritorsioni contro la famiglia e non tornò più. Catturato durante i rastrellamenti delle truppe di Tito, venne dato per disperso. A Latte durante l’attesa il padre rifiutò la pensione, sperando che il figlio fosse solo prigioniero. Poi un telegramma conferma la prigionia e più nulla. Solo anni dopo la sua scomparsa sarebbe stata legata alla tragedia delle foibe.
"Cara mamma, la guerra è finita, torno a casa": è l’ultima lettera che Antonio riuscì a spedire. Oggi il suo nome è inciso su una lapide sul Carso, insieme a quello di altri 97 finanzieri. A Latte, una via lo ricorda. E lo ricorda anche, ancora con dolore e commozione, il fratello minore Marcello, nato lo stesso giorno, il 7 luglio.
Nel suo intervento, il prefetto Giaccari ha tracciato il contesto storico di quelle vicende: "Questi avvenimenti stridono con il concetto di libertà che l’Italia si apprestava a vivere. Il confine orientale divenne teatro di violenze e persecuzioni, mascherate da ritorsioni, che si risolsero in una vera e propria pulizia etnica". Un capitolo buio, ha ricordato, a cui non fu dato subito il giusto rilievo, e che oggi chiede di essere tramandato come monito. La commemorazione si è aperta con l'esibizione dei bambini della scuola primaria di Borgo San Moro che hanno suonato l’Inno d’Italia. Poi sul palco gli studenti degli istituti scolastici della provincia hanno trasformato la memoria in racconto con uno spettacolo teatrale.
La cerimonia si è aperta con un momento di raccoglimento per Gabriele Capone, giovane studente del Liceo Ruffini, morto ieri in un tragico incidente stradale. Rivolgendosi ai compagni di classe presenti e alla famiglia, il prefetto ha espresso il cordoglio e la vicinanza di tutte le istituzioni.






