Qualcosa di antico e atavico sta scomparendo. È il dialetto, questo sconosciuto, infatti, un elemento nobile della cultura regionale da definire perlomeno agonizzante senza che gli stessi liguri o imperiesi se ne accorgano.
Se, come afferma l’ultimo report dell’Istat, soltanto il 2,8 per cento delle famiglie liguri parla il dialetto in prevalenza mentre il 13,11 per cento si esprime sia in italiano che in dialetto, significa che stiamo assistendo ad una eutanasia tanto dolorosa quanto incompresa e incomprensibile. Insomma la matrice più importante delle origini sta scomparendo in silenzio, senza che nessuno sembra accorgersene e senza che, soprattutto tra i giovani, questa sparizione venga avvertita almeno nella opportuna considerazione.
Eppure se esiste una peculiarità ligure, almeno come luogo comune, è quella dell’atavica avarizia a cui, invece, dovrebbe anche corrispondere la gelosia, la cura e la protezione delle proprie origini più antiche e autentiche quali il linguaggio. Nel Ponente tutte le zone costiere sono le aree che più hanno subito la perdita della lingua ligure mentre l’entroterra, invece, a causa dell’invecchiamento della popolazione rimasta e di una certa solitudine anche logistica, si è difeso dall’attacco di un falso senso della modernità.
Infatti, nei centri più importanti e popolati della costa, capoluogo ponentino compreso, il primo colpo fatale al dialetto è stato inferto dalle famiglie: la raccomandazione ai figli era di parlare italiano per non subire gravi difficoltà tra i banchi e, proprio per questo, con loro non si dialogava nella nostra lingua e tantomeno veniva insegnata. Forse per un incomprensibile senso di inferiorità, per un malcelato passato di povertà che doveva essere dimenticato e soprattutto annullato. Ma il dialetto, il nostro dialetto ponentino, non può e non deve scomparire: la perdita di una lingua, qualsiasi sia, è la perdita di un mondo, della memoria di un passato da conservare, è la perdita delle proprie radici.






