Bianca Fabbri, studentessa della terza F del Liceo Linguistico e delle Scienze Umane Amoretti di Imperia, ha intrapreso presso La Voce di Imperia un percorso di formazione e lavoro. In questo spazio scrive il suo punto di vista sull'ipotesi di introdurre i metal detector mobili davanti alle scuole.
Su richiesta dei dirigenti scolastici, tenendo conto delle situazioni specifiche dei vari territori, i prefetti potranno valutare l’eventuale utilizzo di metal detector mobili per controlli davanti all’ingresso delle scuole. La misura è contenuta in una direttiva rivolta a presidi e prefetti, firmata dai ministri Matteo Piantedosi (Interno) e Giuseppe Valditara (Istruzione). Questa possibilità è stata introdotta come chiara risposta agli eventi accaduti a La Spezia circa due settimane fa, quando uno studente è morto accoltellato per mano di un compagno di scuola.
Partendo da questo presupposto, possiamo iniziare ad intravedere uno schema reiterato più volte dal nostro Governo: misure che intervengono sempre sui rami marci e mai sulle radici. Dare una risposta semplice e approssimativa solo dopo che i sintomi di un disagio ben più profondo emergono in modo drammatico, assomiglia molto al nascondere una crepa sul muro con un bel quadro: l’effetto è momentaneo, il problema rimane.
Il nostro Governo sembra cieco di ciò che si trova sotto la punta dell’iceberg, e al posto di investire in un cambio strutturale, preferisce adottare “innovazioni” che sembrano tali, ma finiscono con l’essere inutili a lungo termine. Installare metal detector, assumere personale addetto ai controlli e mantenerli nel tempo ha costi elevati. La domanda è: non sarebbe molto più utile investire quelle risorse in psicologi scolastici, educatori, sportelli di ascolto, formazione per i docenti?
Prendere in esame un evento ed estraniarlo completamente dal suo contesto sociale può soltanto garantire una visione miope e superficiale del fenomeno. C’è quindi un evidente effetto di sicurezza apparente. La presenza dei metal detector può dare l’impressione che il problema sia sotto controllo, riducendo la spinta a investire in interventi più complessi ma anche più efficaci: in questo senso, il rischio è che il controllo tecnologico diventi un alibi, più che una soluzione.
D’altra parte, l’uso di strumenti tipici dei contesti di emergenza o di sorveglianza pubblica introduce una logica fondata sul sospetto. Gli studenti non vengono più considerati come soggetti da accompagnare e formare, ma come individui da controllare. Questo ribaltamento simbolico è tutt’altro che neutro: trasmette l’idea che il pericolo sia interno alla comunità scolastica e che la sicurezza passi prima di tutto attraverso il controllo. La realtà è che la militarizzazione scolastica sposta il problema sul piano repressivo, semplificando una realtà molto più complessa e rinunciando ad affrontarne le cause più profonde.
Per questo motivo, continuare a puntare su metal detector e controlli all’ingresso non è solo inefficace, ma anche profondamente miope. È la scelta di chi preferisce mostrare di agire piuttosto che agire davvero. La sicurezza non si costruisce trasformando le scuole in zone sorvegliate, ma investendo nelle persone che le vivono ogni giorno.
A rimetterci saremo noi, che la scuola l’abitiamo, e l’idea stessa di scuola come spazio di crescita. D’altronde, dopo un po’ l’acqua si fa spazio nella crepa e il quadro non basta a coprirla.






