Tutti i menu dei cenoni di Capodanno a Imperia offrivano piatti a base di pesce. Il problema, però, è che ben poco del prelibato pescato proveniva dal mare ponentino.
La maggior parte, infatti, del contenuto delle reti imperiesi finisce sui mercati dell'Italia settentrionale, mentre, in compenso, il capoluogo rivierasco importa prodotti ittici dall'estero o da altre regioni italiane: sogliole dalla Danimarca, pagari dall'Argentina, totani dalla Thailandia, acciughe e sardine dall’Adriatico. Una situazione paradossale, che rischia di danneggiare seriamente una delle attività peculiari del commercio locale.
In città gli addetti del settore sono 150, 40 i pescherecci (che però salgono a un centinaio se si comprendono le imbarcazioni di altri compartimenti). Il pescato si aggira sulle mille tonnellate annue.
A Imperia manca una struttura di vendita veramente idonea. Da anni, nonostante continue promesse, non è mai decollato il mercato ittico. Sino a quando non verrà realizzato, i pescatori saranno costretti a svolgere le aste mattutine nei magazzini dell’antiporto.
Ogni giorno, nel porto di Oneglia, affluiscono grandi quantità di pesce congelato e surgelato, di cui Imperia è un punto di sbarco della Comunità economica europea, che si vanno a mischiare con quello fresco, pescato sul posto.
La Cooperativa Imperia-Pesce ha fatto una proposta, già sottoposta alle Comunità Montane della provincia: allungare il mercato dei prodotti ittici verso l’entroterra, creando centri di vendita per distribuire il pescato locale anche ai paesi dell'interno, impedendo che prenda la via dei mercati settentrionali.
Il vantaggio sarebbe duplice: per la popolazione, che avrebbe pesce fresco a prezzi contenuti, e per i pescatori, che non dovrebbero più svendere ai grossisti.






