Il male c’è ancora. È ancora tra noi anche se non ce ne accorgiamo. Il male, infatti, ha la capacità di nascondersi, di essere invisibile ai nostri occhi ma non sempre e non tutti i casi.
Ma è nelle piccole cose che si nasconde meglio, si adegua a piccoli anfratti, negli angoli più stretti e meno visibili alle occhiate più distratte e superficiali. E anche davanti a noi, anche nella vita di tutti i giorni, in casa come nella strada. In uomini apparentemente normali che, ad una certa svolta della loro non più monotona esistenza, si ritrovano nelle mani un coltello.
Magari è un semplice strumento da cucina, quello per affettare l’arrosto come il pane o il formaggio ma che improvvisamente diventa lo strumento per la vendetta, per ribadire chi comanda, chi decide, chi ha il potere. Una sindrome che non ha neppure il carattere dell’originalità considerato che i protagonisti sono sempre gli stessi: un uomo e una donna con altri probabili personaggi che rimangono sullo sfondo anche se quelli che sopporteranno i danni più estremi, i loro figli. E di fronte alla decisione incredibile e assurda della donna che ha avuto l’insopportabile idea di cambiare rotta e riprendersi la propria vita ecco che le viene impedito da quel coltello nella mano di chi da compagno si è assurdamente trasformato in inaccettabile giudice e truce assassino.
Con una condanna che non prevede appello ma soltanto un verdetto indiscutibile emesso da chi ha creduto di poter essere un ente supremo dimenticando di perdere, invece, il diritto alla propria civiltà. E nella vigile attesa che sparisca, ma non nella memoria, questa disgraziata epoca, ci assestiamo su questa panchina colorata con il sangue di innocenti vittime per tornare a una futura e autentica dimensione umana.














