"Dopo aver aperto la lettera l'ho letto due volte, non riuscivo a crederci. Poi, mi sono fatta tante risate".
Così, Ada Rossi, farmacista, da cinque anni in pensione. La sua vicenda ha dell'incredibile, dell'assurdo. Due giorni fa si è vista arrivare a casa una busta, ricoperta da una serie di timbri. Al suo interno una lettera su cui era scritto "oggetto: concorso per titoli per l'assegnazione di sedi indetto nel 1954". La dottoressa imperiese, di fatto, veniva in questo modo informata di aver vinto il concorso a cui aveva partecipato ben ventidue anni prima per l'assegnazione della direzione di una farmacia a Roma. "Ho anche dovuto pagare una tassa - racconta ancora incredula - l'affrancatura dell'espresso, infatti, è a carico del destinatario".
Ada Rossi, che da quando ha smesso la professione s'è dedicata con successo alla pittura (in città è conosciuta come la "pittrice delle rose") lo stupore però è durato poco. "Subito mi era sembrata una cosa assurda, ma poi, vedendo come vanno le cose nel nostro Paese, ho pensato che forse questa è la prassi comune in Italia: anche la burocrazia ha i suoi diritti e se occorrono ventidue anni per vincere un concorso significa che avranno dovuto fare degli accurati controlli su ognuno dei partecipanti". Ironia amara, quella della farmacista imperiese. "Sulle prime mi domo fatta una bella risata - prosegue - ma poi ho pensato a tutto quello che avrei potuto fare se questa assegnazione fosse arrivata a tempo debito, a ciò che avrebbe potuto essere la mia vita. Non provo risentimenti, non rimpiango nulla. Mi spiace solo per il mio Paese: sembrerò una romantica d'altri tempi, ma se penso che all'estero possono giudicarci anche attraverso cose come queste mi viene un groppo alla gola".
Qualcuno, neppure troppo per scherzo, le ha consigliato di accettare "per vedere come andrà a finire". Niente da fare. "Ho fatto la farmacista per 44 anni con passione e dedizione - conclude sorridendo - adesso non potrei più farlo: oggi il farmacista è un droghiere qualunque, vende scatolette di medicinali e mutande assorbenti per i bambini. Le mutue l'hanno trasformato anche in un impiegato: un timbro qua, una registrazione là. Io sono ancora una di quelle farmaciste che 'lavoravano al banco, di quelle che si servivano del mortaio per preparare le ricette prescritte dal medici".
Dopo aver girovagato per mezza Italia ("ho lavorato anche in Sicilia, ma non mi è piaciuto, perché erano tempi difficili"), per 21 anni ha esercitato la sua attività a Pontedassio, nell'entroterra di Imperia. "Ho smesso nel '72 e mi sono dedicata alla pittura. Amo dipingere i fiori, |mi aiuta a restare giovane".
Il famoso concorso, appunto. "Ne ho un ricordo annebbiato dal tempo - si sforza di ricordare - allora praticavo già in quel di Pontedassio. Siccome ho dei parenti che vivono a Roma, avevo deciso di partecipare perché mi sarebbe piaciuto andare ad abitare vicino a loro. E poi, nella Capitale, avrei potuto avere migliori possibilità di lavoro. Ho fatto tutti i documenti, una montagna, non si finiva mai di correre da un ufficio all'altro, poi li ho spediti al competente ufficio romano".
Passa un giorno, passa l'altro, a furia di aspettare la farmacista ha finito addirittura col dimenticare di aver preso parte ad un concorso. "Non ricordo di avere sollecitato o meno la risposta. Forse l'avrò anche fatto, oppure no. Certo è che nessuno si è mai fatto vivo. Io ho continuato a lavorare nella mia farmacia, l'ho ingrandita, mi sono trovata bene. Cinque anni fa ho deciso di smettere e ho iniziato le pratiche per la pensione". Ma com'è possibile inviare una lettera del genere ad una persona che si trova in pensione da anni? Possibile che non siano stati fatti controlli per accertare la posizione dei concorrenti? "Mah, fatto sta che si parla di un concorso del 1954 e non se n'è accorto nessuno prima - ci scherza su la farmacista - almeno la dattilografa che ha battuto la lettera avrebbe dovuto rendersi conto che c'era qualcosa di strano. Magari tra altri 22 anni avvertiranno i miei nipoti, con un espresso con tassa a carico del destinatario, che la loro zia non può avere la farmacia alla quale aveva concorso mezzo secolo prima".






