Se il calcio è lo specchio della società, a Imperia riflette un’immagine opaca, sfocata, segnata dalla fatica. E se allargassimo lo sguardo, scopriremmo che la crisi non riguarda solo il pallone, ma attraversa trasversalmente l’intero panorama sportivo cittadino. Pallanuoto, basket, pallapugno: discipline che un tempo riempivano spalti e orgoglio, oggi arrancano tra difficoltà organizzative, economiche e di ricambio generazionale.
Il calcio imperiese è da anni lontano da sogni di gloria, impantanato tra dilettantismo cronico e incertezze gestionali. Eppure, guardandosi intorno, il quadro non cambia. Solo per fare qualche esempio, la pallanuoto, che solo poco più un decennio fa regalava emozioni vere nell’élite nazionale e internazionale, oggi è un’ombra di sé stessa . La pallapugno, sport identitario e storico, sopravvive nel silenzio, lontana dalle attenzioni che meriterebbe.
La riflessione sorge spontanea: è lo sport che riflette l’economia del territorio, o viceversa? Perché ciò che emerge è un senso di stanchezza diffusa, di risorse che mancano e di prospettive che sfuggono. I finanziamenti pubblici sono sempre più risicati, gli sponsor latitano, e le famiglie stesse, alle prese con una situazione economica complicata, fanno fatica a sostenere i costi di uno sport ormai divenuto un lusso per pochi.
In questo scenario, lo sport locale si riduce a un atto di resistenza. Ma serve di più. Servono visione, investimenti, politiche pubbliche coraggiose. Perché lo sport non è solo competizione: è coesione sociale, salute, educazione. E se a Imperia si vuole davvero costruire un futuro migliore, forse bisognerebbe partire proprio da lì. Dal campo, dalla piscina, dalla palestra.






