Quali effetti ha avuto la quarantena forzata e come affronteremo il ritorno alla normalità? Abbiamo cercato di dare un risposta con questa intervista al dott. Roberto Ravera, direttore della struttura complessa di Psicologia dell'ASL 1 imperiese.
Da quando è iniziata l'emergenza Coronavirus, tutti ci siamo dovuti confrontare con la malattia e di fatto siamo entrati in un mondo nuovo fatto anche di restrizioni sociali imposte che hanno creato una nuova quotidianità. Da oltre un mese ci siamo dovuti attenere a poter uscire di casa, ad una convivenza domestica con i nostri famigliari quotidiana con spazi personali ridotti, molti non hanno dovuto interrompere o hanno perso il proprio lavoro.
In queste settimane abbiamo sperimentato l'incertezza verso il futuro, così come l'essere iperconnessi nel virtuale per ovviare anche all'assenza di contatti fisici nella realtà. Una quotidianità diversa che indubbiamente lascerà un segno su tutti noi.
L'INTERVISTA COMPLETA AL DOTT. ROBERTO RAVERA
Qual è la sua impressione rispetto alla reazione psicologica avuta dalla popolazione rispetto all’attuale situazione di emergenza da Covid-19?
“Rispetto a quello che è successo nel nostro Paese e nella nostra provincia credo che ci sia stata una ottima capacità da parte della popolazione di comprendere i significati di questo isolamento sociale. Non era scontato. - sottolinea il dott.Ravera - Noi italiani passiamo per essere sempre un po' indisciplinati e invece credo che ci sia stato da parte di tutti una capacità di comprendere questi significati. Quanto questo possa essere attribuibile al senso civico o alla paura credo sia difficile dirlo. Da quello che vedo, il timore e la paura della contaminazione hanno giocato un aspetto molto forte. Non bisogna sottovalutare il prezzo che psicologicamente le persone stanno pagando tenendo conto che la nostra provincia anagraficamente è una delle più anziane al mondo”.
L'ASL 1 ha avviato un servizio particolare per aiutare psicologicamente le persone, l'indirizzo email raccontaci@asl1.liguria.it, dove la gente può scrivervi per condividere le emozioni vissute in questo momento. Che cosa sta emergendo dalle lettere che avete ricevuto?
“Ci scrivono persone, giovani, anziani, i racconti sono un dettaglio di come le persone 'sopravvivono', perchè forse questo è il termine giusto, nell'isolamento sociale che vivono. Pensi alla paura che molti hanno di contaminare i propri cari più anziani per questioni di fragilità anche fisica. Questo ha determinato una situazione che emerge chiaramente dalle mail che riceviamo: sofferenza, mancanza di spazi sociali, di condivisione e qualche volta di un disagio psicologico non indifferente".
"Capitano persone che vivono situazioni di claustrofobia, attacchi di panico, aspetti depressivi. Quando per esempio le persone si pongono la domanda che cosa succederà dopo o persone che hanno dovuto rallentare o addirittura smettere di lavorare. Pensi alle attività del commercio e della ristorazione. - aggiunge Ravera - E' un'affastellamento di condizioni di carattere sociale psicologico ed anche lavorativo e professionale. Noi cerchiamo di rispondere a tutte queste mail e li chiamiamo a casa quando ci forniscono il numero, per provare a essere di supporto a questo che indubbiamente, anche in una prospettiva antropologica, rappresenta un fatto epocale. Non ci sono esperti che ci possano dire quanto questa ferita entrerà nella carne sociale della popolazione”.
Quindi, tornando a parlare di nuova routine quotidiana, distanziamento sociale e restrizioni sugli spostamenti, a volte addirittura convivenza forzata come ha inciso sulle persone ha generato nuove problematiche?
“Ci sono persone e persone. Immagini chi aveva già prima delle fragilità psicologiche, come può reagire ad una situazione come questa in cui effettivamente vengono ristretti gli spazi fisici e mentali. Questa epidemia è diventata una pandemia generando il problema a livello globale. Questo ha amplificato i problemi psicologici che esistevano già prima ma il conto lo faremo dopo nella fase in cui si ricomincerà a vivere. Forse lì riusciremo a vedere fino in fondo che cosa è successo nella mente delle persone”.
"In questa società abbiamo dato una grande importanza alla componente tecnico scientifica e ci siamo sempre un po' illusi che non si invecchia o ci si ammali perchè tutto è protetto dalla nostra civiltà ipertecnologica. - analizza ulteriormente - Quello che è successo parlando con i colleghi in varie parti del mondo è che siamo stati riportati su un piano legato più agli eventi naturali, con le sue leggi e le sue regole. Credo che sia un po' questo specchio che si sia infranto. In questo momento non siamo protetti o controllati e torniamo alla nostra responsabilità individuale”.
In questi giorni si parla molto di Fase 2, quindi di riapertura delle attività ma soprattutto della possibilità di poter tornare ad uscire di casa. Cosa potrebbe accadere da un punto di vista psicocologico?
“La Fase 2 non comporterà un 'liberi tutti'. Sarà una fase delicata perchè le regole saranno meno restrittive e chiare e quindi ci dovrà inventare sua scelta e responsabilità individuale, dei comportamenti che abbiano una loro autoregolazione. E' una fase più delicata dove dovremo entrare in gioco noi, come individui rispetto ad una responsabilità personale. Il mio comportamento, la mascherina, i guanti, dove mi metto, come reagisco. Dobbiamo evitare di diventare persecutori rispetto a tutte quelle situazioni che ci sembrano pericolose perchè poi faremo presto a puntare il dito su chi ci passa davanti nella fila o non si mette la mascherina" - risponde il direttore della struttura di Psicologia della provincia di Imperia.
Lo stare a casa ci ha esposti tutti all'iperconnessione, tanto da essere costretti a sostituire le nostre iterazioni sociali reali con quelle virtuali. Quali conseguenze ci saranno quando tutto questo sarà finito?
“Adesso quello che può essere interessante è che questo legame con la virtualità si è esteso anche alle generazioni più anziane che gioco forza si sono dovute abituare. Alcune persone di una certa età sono rimaste in contatto dimostrando una sorprendente capacità di gestire Skype o Whatsapp. Sul lungo termine lo vedremo ma è un processo ineluttabile. Ho visto recentemente in un viaggio in Giappone le persone ovunque, sul treno sulla metro o al ristorante, ormai sono tutte iperconnesse e non parlano con il vicino. Quindi questa contaminazione che il mondo virtuale con gli smartphone abbia ormai contagiato tutto il sistema umano. Io lo vedo persino in africa gli smartphone sono anche laggiù e anche loro sono spesso con lo sguardo concentrato sul telefono".
Inoltre il dott. Ravera ha aggiunto - "Quello che ci può interessare sono i giovani. E' un aspetto che vorremmo cercare di studiare e stiamo cercando una collaborazione con la scuola per vedere se è possibile proporre agli studenti a casa, una serie di questionari per cercare di capire come si sono adattati ad un mondo virtuale che già avevano prima ma alla assenza dei contatti: al gioco, all'abbracciarsi, al correre, al parlare, a gridare, a ballare. Quello che è successo è un grande esperimento sociale e non dobbiamo perdere l'occasione di capire che cosa può succedere. Non siamo in grado di prevederlo. E' un fenomeno totalmente nuovo e sorprendente”.
Se la sente di dare un consiglio alle persone per affrontare la ripartenza?
“Il consiglio più importante credo sia quello di essere capaci di mantenere una buona maturità nei rapporti con gli altri. Da quello che vedo, ci rendiamo conto che c'è un po' di esasperazione nelle persone. Dovremo avere molta pazienza nel ripristinare le nostre relazioni sociali con una certa maturità ed una certa calma perchè non sarà semplice per nessuno. Chi ha più maturità ed energie dovrà avere pazienza con il proprio vicino, in senso generale. Anche all'interno delle famiglie non è stato semplice gestire la omnipresenza per settimane nello stesso spazio vitale".
"Credo che in questa fase di riconnessione lenta alla società ci debba essere da parte di tutti la consapevolezza che non è facile per nessuno. - conclude il dott. Ravera - Quindi mettere da parte le intemperanze e la necessità di compensare tutto quello che non si ha avuto e di avere questa pazienza. Non solo con gli altri ma anche con noi stessi, perchè comunque usciamo tutti quanti, nessuno escluso, da una fase molto difficile e non sappiamo quali sono stati gli esiti nel momento in cui si ricomincerà a vivere”.






