Ci sono persone che lasciano un segno non soltanto per ciò che sanno fare, ma soprattutto per ciò che sono. Enrico Damonte apparteneva a questa categoria: un uomo di rara bellezza, nell’aspetto e nell’animo, dotato di un talento fuori dal comune, di mani capaci di trasformare il ferro in arte e di una bontà che, come raccontano i suoi cari, non ha mai conosciuto confini.
Nato a Diano Marina il 18 maggio 1934, da una famiglia con origini materne ad Arenzano, Enrico era il secondo di cinque figli. La sua giovinezza fu segnata da una rinuncia importante: la passione per il mare e il sogno di navigare, fino a salire a bordo dell’Amerigo Vespucci. Una strada che avrebbe voluto percorrere, ma che scelse di abbandonare per amore della famiglia, anche a causa delle difficoltà legate alla sordità del padre. Una decisione che racconta già molto del suo carattere: la capacità di mettere gli affetti davanti alle aspirazioni personali.
La bellezza, l'eleganza e il talento artistico erano tratti distintivi di Enrico. La sua avvenenza, ricordata da quanti lo hanno conosciuto, aveva qualcosa di cinematografico, tanto da non avere nulla da invidiare agli attori più affascinanti. Amava l’opera e i balletti, passioni che rispecchiavano la sua sensibilità e il suo gusto raffinato. Elegante e distinto nell’estetica come nei modi, aveva fatto dello stile una vera firma personale, riconoscibile tanto nella vita quotidiana quanto nelle sue creazioni.
Ma ridurre Enrico alla sua bellezza sarebbe impossibile. Le sue mani erano quelle di un artista, mani forti e insieme incredibilmente precise, capaci di lavorare il ferro battuto con una sensibilità quasi chirurgica. Non era un semplice fabbro: era un inventore, un creativo, un uomo che sapeva guardare oltre ciò che aveva davanti e trasformare un’intuizione in qualcosa di concreto. Il suo occhio, naturalmente preciso e millimetrico, gli permetteva di realizzare lavori nei quali tecnica, ingegno e gusto si fondevano in modo straordinario.
Tra le sue invenzioni più significative c’è la defogliatrice costruita utilizzando il motore di una lavatrice, esempio concreto di quella genialità pratica che gli permetteva di trovare soluzioni originali anche partendo da strumenti comuni. Un talento che non nacque per caso: Enrico aveva dimostrato le proprie abilità manuali fin da bambino, in anni difficili, segnati dalla guerra. In quell’epoca arrivò persino a costruire una piccola pistola di legno, tanto ben realizzata da essere scambiata per un’arma vera da un soldato tedesco.
A ricordarlo con parole colme di ammirazione e tenerezza è la nipote Giulia, che nelle sue righe restituisce l’immagine di un nonno capace di essere molto più di un punto di riferimento familiare: un esempio di vita, di determinazione e di generosità. "Nonno era tutto ciò che si può desiderare! Era davvero geniale e bello che di più non si può, così tanto bravo da non sembrare neanche umano… non l’ho mai sentito dire una sola parola poco generosa contro qualcuno. Era e sarà sempre il mio esempio più brillante e tenace di bontà e di volontà senza confini e limite alcuno se non la propria determinazione: la sua era inarrestabile e non per nulla ha vinto ogni pronostico a suo sfavore grazie a un’intraprendenza e testardaggine da Guinness".
Nelle parole della nipote si intrecciano l’orgoglio per le sue capacità e la consapevolezza di aver avuto accanto una persona speciale. La sua forza non si misurava soltanto nelle mani sapienti o nella capacità di inventare, ma anche nella tenacia con cui affrontava la vita, superando difficoltà e pronostici sfavorevoli senza rinunciare alla propria determinazione. E, soprattutto, nella gentilezza con cui si rapportava agli altri, senza lasciarsi andare a parole poco generose.
Enrico Damonte è mancato domenica 11 ottobre, all’età di 92 anni, lasciando un vuoto profondo in chi gli ha voluto bene. Rimangono i ricordi, le sue creazioni, le intuizioni che hanno preso forma grazie al suo ingegno e, più di ogni altra cosa, l’eredità umana di un uomo che ha saputo farsi amare.
Di fronte alla perdita, le parole diventano inevitabilmente più fragili. Resta il bisogno di salutare chi non c’è più, custodendone la presenza nel cuore. Giulia lo fa con una dolcezza che attraversa il dolore e restituisce tutta la profondità del loro legame. Perché, come scrive lei stessa, il prezzo dell’amore è il dolore, ma quel dolore è anche la testimonianza di qualcosa di autentico e prezioso, che non ha bisogno di essere ricambiato o dimostrato per avere valore.
Ciao nonnino adorato, aspettami con la nonna Maria! Quando ci riabbracceremo finalmente sarà per sempre (spero)… Vi voglio tantissimo bene, da qui alle stelle.