Correva l’anno 1996 e...nell’austero Palazzo della Provincia veniva presentato il progetto sulla riqualificazione del centro sciistico di Monesi. Un piano di rilancio ambizioso e in grande stile, imperniato sulla realizzazione e messa in funzione di una nuova seggiovia, due altri skilift e un considerevole aumento della ricettività attraverso la costruzione di alberghi e chalet. Non solo: il progetto prevedeva anche un sofisticato maxi impianto di innevamento artificiale.
In quella riunione - a cui parteciparono il vicepresidente della Provincia, Franco Amadeo, i parlamentari Roberto Avogadro e Giacomo Chiappori, l'assessore regionale al Bilancio, Fulvio Vassallo, il presidente della commissione urbanistica della Regione, l’architetto Maria Rita Berruti, i sindaci di Mendatica e Triora, Mariano Porro e Antonio Lanteri, più molti consiglieri provinciali e i rappresentanti delle Comunità Montane delle valli Argentina, Impero e Arroscia, sia versante imperiese sia savonese - tutti furono d’accordo su una cosa: Monesi deve risalire la china.
Anche sui tempi tutti d’accordo. “Il progetto per la riqualificazione dovrà partire entro il 2000, anzi nel 1999”. Il progetto venne definito, dagli oppositori, “faraonico”. Nei dettagli, prevedeva: una nuova seggiovia quadriposto capace di portare 2.400 persone all'ora (punto di partenza fissato poco più a sinistra della vecchia sede e l'arrivo vicino al Redentore) e un nuovo, lunghissimo impianto di risalita nella conca del “Sanremo”. In più avrebbero dovuto essere costruiti due nuovi baby, oltre alla ristrutturazione dei vecchi skilift, tra cui l'Ubaghetto, allora non funzionante.
Ma nel progetto redatto dall'ingegner Giacomo Fedriani e dal geologo Carlo Cipriani, commissionato dalla Regione (che ha voluto però anche un parere della Provincia di Imperia che, ovviamente, è stato più che positivo), il pezzo forte era la previsione di un impianto di innevamento artificiale capace, in totale assenza di neve naturale, di fare sciare comunque centinaia di persone. L'impianto sarebbe stato collocato nella zona che gli appassionati conoscono come “Prima” e doveva essere in grado di imbiancare almeno la metà di tutte le piste di Monesi.
Per la parte ricettiva, infine, venne prevista la costruzione di un paio di nuovi alberghi in più e alcuni chalet tipici. “Oggi - comunicò ai tempi il vice presidente Amadeo - Monesi è in grado di ospitare, seconde case escluse, circa 150 persone. Con il nuovo piano si salirà a 600, il tutto senza penalizzare l'ambiente che è e deve essere posto innanzi a ogni intervento”.
Se le cose fossero andate per il verso giusto e il progetto fosse decollato (il costo dei soli impianti si aggirava sui 13 miliardi di lire), sarebbe stato valorizzato anche il versante della Valle Argentina. Come? Attraverso la costruzione della tanto agognata funivia tra Verdeggia e il Redentore. Un fatto, questo, che rese particolarmente soddisfatto il sindaco di Triora, Lanteri. Anche il primo cittadino di Mendatica, Porro, si dichiarò felice, “sperando che la burocrazia non blocchi tutto”. L’unico dubbio, in quella riunione, fu l’assenza dei proprietari dei terreni, i fratelli Toscano. Un’assenza che, alla luce di ciò che accadde (non accadde?) negli anni successivi, dice molto se non tutto del perché, trent’anni dopo, Monesi è ancora al palo.