Riceviamo e pubblichiamo da Gabriella Badano esponente dei Verdi Europei ed ex amministratrice pubblica
Gentile Direttore,
vorrei condividere la soddisfazione e l'orgoglio per l'apertura dell'Incompiuta, finalmente restituita agli imperiesi e ai tanti turisti che frequentano il nostro territorio. La sua riqualificazione e il suo inserimento nell'ambizioso progetto della Ciclovia Tirrenica, di cui è già stato realizzato il tratto da Ospedaletti ad Andora, rappresentano un risultato di grande valore per tutta la Riviera.
Credo però che questo sia anche il momento giusto per ricordare quei "cittadini visionari" che, quando tutto sembrava andare in un'altra direzione, ebbero il coraggio di credere in un sogno e di sfidare l'impossibile, fino a renderlo possibile.
Oggi percorriamo a piedi o in bicicletta un luogo di straordinaria bellezza naturalistica e paesaggistica: un balcone sospeso sul mare, dove da un lato si innalza la maestosa parete rocciosa di Capo Berta e dall'altro si apre l'azzurro del Mar Ligure con lo scoglio della Galeazza, tanto amato dai bagnanti d'estate quanto spettacolare durante le mareggiate invernali.
Quello che oggi appare un esito naturale, in realtà è il frutto di una lunga storia fatta di partecipazione civica, competenze, determinazione e lungimiranza, una storia che merita di essere ricordata.
Ognuno diede il proprio contributo:
I comitati spontanei di cittadini nati da assemblee locali composte da residenti, ma soprattutto da fruitori quotidiani della strada, camminatori, famiglie che avevano già iniziato a usare la litoranea come un’isola pedonale di fatto; le prime sezioni di Legambiente, i Verdi nascenti; associazioni sportive, gruppi di podisti e amanti del trekking urbano che vedevano nella litoranea l’unico spazio pianeggiante sicuro e speculare al mare di tutto il comprensorio.
Architetti , geologi e medici del territorio si unirono alla protesta offrendo competenze tecniche gratuite per smontare le tesi dei sostenitori dell’apertura stradale.
Le azioni svolte da quel movimento ottennero un risultato storico. La protesta simbolica e pacifica sul campo, le marce domenicali del mare , camminate collettive e manifestazioni pacifiche lungo i 4 km della strada , i banchetti nei mercati settimanali di Imperia e di Diano Marina con la raccolta di migliaia di firme per chiedere la modifica permanente della destinazione d’uso della strada , la manutenzione dal basso : i membri dei comitati si armavano periodicamente di pale e scope per rimuovere manualmente i detriti caduti dalle prime piogge mantenendo la strada accessibile ai pedoni e dimostrando che la cittadinanza si faceva carico della sua tutela.
Accanto alle azioni di movimento si elaborò una controinformazione tecnica ed una pressione legale, si produssero dossier e relazioni geologiche indipendenti che dimostravano come le vibrazioni causate dal traffico pesante e leggero avrebbero accelerato il collasso della falesia e che le soluzioni individuate- le famose gallerie paramassi - fossero inutili e con costi esorbitanti
A ciò si aggiunse la denuncia dei rischi e dell’enorme spreco di denaro pubblico, già avvenuto.
Anche il Consiglio comunale di Imperia si divise allora sull’opera: l’allora maggioranza di centrodestra sosteneva l’apertura veicolare, motivandola con la necessità di una viabilità alternativa e col ritorno economico dei centinaia di milioni già spesi. L’arma più efficace di chi si opponeva furono le perizie geologiche portate in aula che dimostravano l’impossibilità di garantire l’incolumità degli automobilisti senza spendere cifre astronomiche superiori al miliardo di lire all’epoca.
I Verdi portarono in Consiglio una visione urbanistica allora d’avanguardia: l’ incompiuta non era un’opera fallita, ma una risorsa naturalistica straordinaria e furono i primi a spostare lo sguardo dalla terra al mare : il tratto di mare antistante l’incompiuta è caratterizzato da fondali di grandissimo pregio naturalistico, è un sito d’interesse comunitario, un S.I.C.
La parola fine al dibattito automobilistica arrivò nel 1994, quando i sindaci di Imperia e Diano Marina ratificarono la rinuncia definitiva alle auto autorizzando i primi lavori per una piccola pista ciclabile rudimentale e la pedonalizzazione ufficiale, Senza quella formale e coraggiosa rinuncia alle auto ratificate dalle amministrazioni, l’incompiuta sarebbe rimasta un cantiere transennato e pericoloso per altri decenni. Da quel momento in poi il focus fu solo su come trovare i fondi per metterla in sicurezza per i pedoni.
Certamente a questo risultato concorsero altri elementi oltre all’iter richiamato, primo tra tutti la instabilità della falesia di Capoberta, composta da rocce friabili e argillose fortemente soggette all’erosione marina e alle infiltrazioni d’acqua. Salvò poi la strada dal totale abbandono il ruolo infrastrutturale che assunse , vitale ma invisibile o quasi: sotto il suo sedime stradale venne fatto passare il tubo del raddoppio dell’acquedotto da Roja .
Questa sintetica ricostruzione della storia di questa splendida opera realizzata non è per rivendicare primogeniture o voler sempre fare i primi della classe, è solo per richiamare l’ impegno collettivo di tanti diversi cittadini che nelle numerose cronache non sono mai stati ricordati e per sottolineare che, “ un altro mondo è possibile” non è uno slogan ideologico, ma pratica quotidiana collettiva di parole e azioni.
Gabriella Badano