Inizialmente, la massima autorità americana che avrebbe dovuto presenziare all'apertura delle Olimpiadi invernali era il Segretario di Stato Marco Rubio, poi invece Washington è arrivata a “spendere” anche il Vice Presidente JD Vance, probabilmente non per una sua passione per gli sci. E neanche per equiparare le presenze di altri Leader nazionali perché, al di la' dell'ovvio risalto mediatico, che ha evidenziato la presenza di ben “51 tra Reali Capi di Stato e di Organizzazioni internazionali”, in realtà i Capi di Governo, che sono quelli che contano, hanno disertato l'evento, facendosi rappresentare da re, principi e affini, come Gran Bretagna, Olanda, Lussemburgo o da Presidenti della Repubblica, che hanno funzioni poco più che rappresentative, come la Germania.
E allora perché Vance? Sicuramente per una sorta di riconoscimento verso la Premier Meloni che, sinora, si è dimostrata la più fedele e allineata con la politica USA tra i Leader europei, ma molto probabilmente non solo per questo, perché la riconoscenza nella politica internazionale trumpiana vale ben poco, visto che, nel concreto, i dazi l'Italia li paga come gli altri. Infatti, il più plausibile vero interesse del Vice Presidente USA ad essere presente é stato quello di parlare con la Presidente del Consiglio italiano, per convincerla ad aderire al Board of Peace, come la stessa aveva inizialmente preannunciato, prima di impattare con il balzello di un miliardo di dollari per entrare nel club ristretto di Trump e, successivamente, nei vincoli imposti dalla Costituzione.
In effetti, con il'articolo 11, la Legge fondamentale dello Stato prevede che l'Italia possa limitare la propria sovranità nazionale, per aderire ad organizzazioni internazionali con finalità di pace e giustizia (Es. ONU), purché “in condizioni di parità con gli altri Stati”, aspetto che non caratterizza di certo il Board of Peace, che non solo si basa su una prevalenza americana, ma addirittura prevede che la Presidenza sia retta a vita da Donald Trump, anche qualora non dovesse più essere alla Casa Bianca. Una carica che gli attribuisce un potere assoluto, quasi di stampo monarchico, visto che, oltre alla direzione del Board, gli conferisce anche l'autorità di modificare la struttura dell'organizzazione, di porre il veto sulle varianti allo statuto, di invitare nuovi membri e, infine, di designare il suo successore.
Pure buona parte del Consiglio esecutivo del Board è stato designato da Trump che, tra gli altri, ha nominato come membri Marco Rubio, suo Segretario di Stato, Steve Witkoff, suo Inviato Speciale, Jared Kushner, suo genero e, infine, Tony Blair ex Primo Ministro UK, suo fidato pretoriano.
Un assetto che, sino a poco tempo fa, una mente normale non avrebbe mai neanche pensato di poter pensare, ma che invece ha sinora convinto 22 Nazioni delle 60 che il Tycoon ha insindacabilmente ritenuto di invitare, tra cui anche l'Italia. Tra questi 22 Membri, che hanno ufficializzato la loro adesione in occasione del vertice di Davos, praticamente non compare alcun Paese della UE, a meno dell'Ungheria che, peraltro, almeno per questi aspetti, sembra ormai essere un separato in casa dell'Unione. E se qualcuno ha ancora dei dubbi sulla realtà di questo feudo privato tra i brandelli di ciò che resta del Diritto Internazionale, gli basti sapere che la prima riunione del Board è già stata indetta a Washington, per il prossimo 19 febbraio 2026.
Tornando alle Olimpiadi Invernali, per l'Italia non sono state soltanto foriere di medaglie, ma anche di una potenziale soluzione diplomatica, che potrebbe consentire alla Meloni di “salvare capra e cavoli”, nel senso che le consentirebbe di rispettare i dettami costituzionali, di mantenere l'allineamento politico con Washington e, aspetto non secondario, di sperare di prendere parte al banchetto economico-finanziario, che si prospetta per la ricostruzione di Gaza. Dal colloquio con Vance, la Premier italiana ne è infatti uscita ribadendo che “limiti costituzionali insormontabili” non consentono all'Italia di aderire come Membro al Board, ma con in mano il jolly dell'ipotesi di farne parte come Osservatore, una carta che se il normale Diritto Internazionale contempla, non è assolutamente detto che rientri nel Diritto con il copyright trumpiano.
Peraltro, è possibile che, nonostante in questa faccenda la Presidente del Consiglio abbia già accusato qualche passaggio a vuoto, se ha esternato questa possibilità possa aver già ricevuto qualche apertura dal nr 2 della Casa Bianca, per cui le rispettive diplomazie potrebbero essere già al lavoro in tale direzione. Ma volendo attivare il buon senso e far tesoro delle performance internazionali di Trump, in questo suo secondo mandato presidenziale, non si possono nascondere le oggettive asperità che potrebbero costellare questo percorso.
E' certo che, sinora, il Presidente USA ha dimostrato di non gradire molto le cosiddette “mezze misure”, ponendosi sempre di fronte ai problemi come un decisionista istintivo e brutale, per cui questa figura intermedia e tutta da definire di Osservatore potrebbe non far parte del suo vocabolario.
Dall'altra parte, l'ottimismo evidenziato dalla Meloni potrebbe derivare dalla sua convinzione di godere di rapporti preferenziali con il Tycoon, i quali, anche se non hanno sinora fruttato risultati tangibili (sanzioni docet), potrebbero indurre la Leader italiana a sperare in un atto di benevolenza da parte della Casa Bianca verso l'Italia. Ma questa concessione a Roma potrebbe costituire un precedente tale da indurre altre Capitali a seguire la stessa strada, creando così un oggettivo annacquamento del forte decisionismo che Trump vuole imporre alla “sua creatura”.
Per quanto riguarda invece gli appetiti italiani verso i proventi della ricostruzione di Gaza, mai celati dalla Presidente del Consiglio, bisogna tener presente che lo status di Osservatore non ha lo stesso rango di membro effettivo, che ha pure pagato un miliardo di dollari, per cui l'Italia potrebbe doversi accontentare solo di eventuali briciole che cascano dal “tavolo dei 22” e, magari, anche quelle più indigeste. In tal senso, si potrebbe collocare il compito di addestrare la Polizia di Gaza, che il Ministro degli Esteri Tajani ambisce dichiaratamente ad attribuire ai nostri Carabinieri. Ma mentre lui lo ritiene un vanto, sotto l'aspetto tecnico si prospetta invece come una brutta gatta da pelare, anche alla luce del recente evento dell'inginocchiamento toccato a due Militi dell'Arma in Cisgiordania, che il Ministro italiano non sembra tenere nella giusta considerazione,
A fronte dell'ardore partecipazionista italiano, si pongono le forti perplessità manifestate in tutta l'Europa, che giudica i criteri fondamentali del Board in netto contrasto con i principi costituzionali di tutti i Paesi e, addirittura, con l'autonomia dei loro ordinamenti giuridici, per cui la reazione comune è stata quella di estrema prudenza o direttamente di netto rifiuto.
Francia, Gran Bretagna, Slovenia, Norvegia e Svezia hanno già dichiarato la non adesione, mentre la Germania sta prendendo tempo, perché la concentrazione di poteri nella persona di D. Trump (non nella carica del Presidente degli Stati Uniti) costituisce un deterrente non da nulla.
D'altra parte, la genesi stessa del Board of Peace dovrebbe indurre a valutare tutto con grande cautela, visto che sta assumendo una natura globale, mentre era nato in un contesto ben definito e ristretto al processo di pace di Gaza. Infatti, la creazione del BoP era prevista in uno dei 20 punti del Piano di Trump, in cui si prospettava la necessità di costituire un “Consiglio di Pace,” con membri di varie Nazioni, nell'ambito del quale valutare le problematiche connesse con un percorso di pacificazione tutt'altro che semplice. Quindi, il Board é stato inizialmente inteso come una specie di Gruppo di Volenterosi dedicato ad una specifica crisi, soluzione normalmente applicata in ambito internazionale, tanto che lo stesso Consiglio di Sicurezza dell'ONU, pur con l'astensione di Russia e Cina, ne ha approvato la costituzione (Risoluzione n. 2023 del 2025). Ma si è trattato di un vero e proprio cavallo di Troia, dal cui ventre è poi uscito il vero Board of Peace con le sue attuali sembianze, che per Trump hanno ora valenza globale
“Un'organizzazione Internazionale che mira a promuovere la stabilità e a garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti”, è la definizione data dal Tycoon al suo BoP che, praticamente, ricalca le stesse finalità dell'ONU. Dato per scontato il suo profondo disprezzo per le Nazioni Unite, che l'attuale Presidente USA non ha mai nascosto sin dal suo primo mandato, c'é da chiedersi però il motivo per cui lui, che è a capo della Nazione che ne è il maggiore finanziatore, con il 22% del loro bilancio ordinario, non ritenga più conveniente procedere ad un profondo rinnovamento di questa Organizzazione che, in fondo, per come è strutturato il Consiglio di Sicurezza, già garantisce, ai “potenti del mondo”, un ampio margine di azione e di controllo su tutte le vicende terrene.
Per rispondere a tale domanda si potrebbe pensare che possa essere necessario un seminario di geo-strategia ma, in realtà, la risposta potrebbe essere molto più semplice e legata alle umane miserie. Per una riorganizzazione dell'ONU, dovrebbe agire da Presidente degli Stati Uniti, con una normale scadenza di mandato, come prevedono tutti gli ordinamenti democratici, mentre per istituire e gestire il Bord of Peace agisce come D. Trump, senza alcuna scadenza, a meno di quella che, prima o poi, come per tutti i mortali, gli imporrà il Padreterno.
Un'ultima riflessione su Israele, che non ha ancora garantito la sua adesione, ma che vedrà il suo Leader Netanyahu a colloquio con Il Presidente USA a Washington il 18 febbraio prossimo. Guarda caso, proprio il giorno antecedente la prima riunione del Board of Peace. Che sia per definire congiuntamente l'agenda di tale storico incontro?
E allora, ci sarebbe da chiedersi se gli “Italiani della strada”, che sono animati solo dal buon senso, vogliano veramente aderire ad una organizzazione del genere, anche se Trump, nella sua magnanimità, decidesse di applicare una “quota osservatore” un po' più economica di un miliardo di dollari.
Generale Marcello BELLACICCO
Autore del Libro “Noi ci abbiamo creduto” - Diario di 6 mesi di missione in Afghanistan
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Esperto di Politica Internazionale di cui parla sul suo Canale Youtube “Free Mind”
Disponibile su https://youtube.com/@freemindita?si=3NIJrMVgCbS5tAd1