Se n'è andato presto, troppo presto. E, per certi versi, è stato in qualche modo dimenticato dalla sua città natale, Imperia, che spesso, troppo spesso, trascura o relega nel polveroso cassetto della memoria perduta, i suoi "figli" migliori. Oggi tocca Paolo Saglietto, regista di cui in molte città italiane si promuovono eventi, proiezioni di pellicole e dibattiti. Saglietto scomparve nel 1973, quando aveva 49 anni.
Autori di diversi, interessanti cortometraggi Il molo (1950), Italia Brand (1953), Cinema italiano in provincia (1954), Le spalle al mondo (1968), Vivere morire (1970), Il Barbaro (1971), Pittori con le ali (1971). Il cineasta portorino ha fatto del cortometraggio la sua forma d’espressione, affrontando temaiche e aspetti di vario genere, con particolare attenzione a linguaggio, musica e composizione dell’inquadratura. I suoi film spaziano dalle tematiche neorealiste (Il molo) alle arti figurative (Pittori con le ali), dalla letteratura (Il barbaro) alla poesia (Le spalle al mondo), dalla sociologia (Vivere morire) alla psicologia (REM), con un occhio particolarmente attratto dall’opera di artisti tormentati e inquieti. Soprattutto nei film girati durante gli ultimi cinque anni della sua carriera appare evidente l’interesse ad esplorare “la caduta” dell’uomo contemporaneo e la sua disperata ricerca di vie di fuga.
Le prime produzioni del giovane Saglietto raccolte sotto le sigle di Chimofilm (1953-54) e la Riviera Film (1956-59) sono autoprodotte con il contributo economico di parenti e amici. Occorre notare però che Saglietto per i suoi film si avvalse sempre della partecipazione di eccellenti collaboratori per citarne solo alcuni: Emilio Cigoli, Cesare Vico Ludovici, Franco Potenza.
Nel 1965 l’approdo alla Corona Cinematografica, avvenuto grazie alla presentazione di Pier Paolo Pasolini, rappresentò la svolta per il regista, che finalmente ebbe il supporto di una vera e propria casa di produzione. Tale appoggio gli permise di ottenere prestigiosi riconoscimenti in numerose rassegne e festival Nastro d’argento 1971 per Il barbaro, e Osella d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1970. Al termine della carriera girerà ben 34 cortometraggi e un solo lungometraggio. Mosso da una grande passione per il cinema, si era trasferito giovanissimo a Roma per frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia. Il giorno del diploma tra i commissari d’esame figurava Luchino Visconti, che, secondo un aneddoto, gli chiese da quale romanzo gli sarebbe piaciuto ricavare un film; ironia della sorte vuole che Saglietto abbia risposto “I Malavoglia” e che, nello stesso anno (1948), sia uscito La terra trema, pellicola che gli permettesse di soddisfare le proprie esigenze, nonostante la distribuzione limitata dei loro film.
Tra i suoi film più graditi dalla critica ce n'è uno, l'unico lungometraggio da lui girato, ambientato a Imperia con attori e attrici locali, dal titolo Il pupo da ko. La trama racconta di Pupo, ragazzotto grasso e piuttosto melenso, che vive con due zie miopi e un po' svanite, è un lettore appassionato di romanzi a fumetti e sogna di diventare sceriffo. Il caso vuole che proprio nella villetta, che ospita l'aspirante sceriffo, capiti un trio di ameni fuorilegge: essendo venuti in possesso di una superbomba, i tre sono impegnati nell'affannosa ricerca di un compratore, cui possano cederla vantaggiosamente. I più audaci ed avventurosi sogni di Pupo sembrano destinati a trasformarsi in concrete realtà. Dopo aver salvato dall'inseguimento dei fuorilegge tre ragazzini, che inavvertitamente s'erano impadroniti del manuale per la manutenzione della superbomba, il ragazzotto scopre le fila di un'intricata trama. Attraverso complicatissime vicende, nelle quali vengono coinvolti, loro malgrado, anche le ziette ed un vecchio marinaio, comandante di un battello, che non naviga, il Pupo riesce a sgominare la banda. Il film è datato 1957 e gli attori sono: Giuseppe Aicardi, Beppa Lanfredi, Marco Saglietto. Dura 66 minuti e venne prodotto dalla Riviera Film. Andrea Falciola, storico esercente del cinema Centrale e titolare dell'altrettanto storica cartoleria Benedusi & Falciola di via Cascione a Porto Maurizio, nonché nipote del regista, è tra i pochissimi a portare avanti l'opera di valorizzazione e riconoscimento culturale dell'artista imperiese.