Questo è parzialmente veritiero, ma non è possibile derubricare la scarsità di talenti sopraffini a una semplice questione di valutazione di mercato. Quanti italiani giocano stabilmente nelle migliori squadre del mondo? Quanti italiani ci sono nel Real, Barça o Bayern?
Ultimamente qualche buon giocatore si muove verso la Premier, ma è un dato di fatto che manchino i top player. Lo stesso Chiesa che sembrava poter essere il crack del calcio italiano fino a qualche anno fa, al Liverpool è stato trattato da comparsa, con Slot che ha preferito adattare altri giocatori anche con Salah infortunato pur di non schierarlo.
In questo articolo in collaborazione con Nostrabet cerchiamo di analizzare il problema alla radice, partendo dalle accademie giovanili, dove il talento dovrebbe essere coltivato il talento.
Introduzione alla questione del talento giovanile in Italia
La situazione è evidente e sotto gli occhi di tutti. La Spagna ha Yamal, Pedri, Nico Williams e molti altri. La Germania ha Wirtz e Musiala. La Francia ha così tanto talento che non sa dove metterli tutti. L'Inghilterra ha Bellingham e Saka.
Anche nazioni forti storicamente, ma meno blasonate di noi come l’Argentina, se la passano decisamente meglio. E se oltreoceano il discorso non è facilmente riconducibile a un logica di accademie, dobbiamo porci la domanda:
“In Italia, abbiamo gli strumenti per sviluppare i giovani talenti?”
Considerando che molte squadre investono più che in Francia, verrebbe da dire di sì. E allora ve ne poniamo un’altra:
“In Italia manca il talento?”
Questa è una domanda più difficile a cui rispondere, ma basandosi sul girone di Youth League, la Champions dei giovani, che ha visto l’Inter trionfare vincendo tutte le partite verrebbe da dire di no. E allora però vi poniamo un ultimo interrogativo:
“Come si risolve?”
Stato attuale dei settori giovanili italiani
Partiamo dalla situazione attuale. La strategia dei club italiani varia moltissimo a seconda delle squadre, che a seconda delle proprie esigenze investono in strutture e campi di allenamento per i più giovani.
Se alcune squadre come l’Atalanta e la Juventus (e più recentemente anche il Milan) hanno creato, oltre alla Primavera, anche squadre U23 che militano in Serie C, altre non possono permettersi fare questo sforzo economico.
La situazione finanziaria dei club italiani è mediamente difficile e poco solida e il denaro disponibile serve per fare mercato subito. Un investimento come quello sui giovani, con un ritorno a medio lungo termine è possibile solo nel momento in cui la proprietà ha saldo il timone.
Casi come quello del Parma, con la società che ha smesso di pagare gli stipendi, non sono poi affatto eccezioni nel panorama professionistico e semiprofessionistico del calcio italiano.
Investimenti dei club nei vivai
Se in alcuni casi, come quello degli orobici, viene destinata una lauta porzione di budget per lo sviluppo dell’accademia, nella maggior parte dei casi le squadre fanno affidamento su squadre della propria zona, mandando periodicamente degli scout a visionare le risorse più interessanti.
Questo modello di lavoro però, non permette ai ragazzi di lavorare in strutture di livello con personale preparato. I campi delle squadre locali sono spesso e volentieri di livello infimo, al contrario di quanto accade in Spagna, Germania o Inghilterra.
Il risultato? Anche se un giovane ha talento, è naturale che sboccerà più tardi rispetto ai coetanei all’estero.
Questo modello è spesso utilizzato anche dalle squadre più grandi, così come anche alcune squadre senza particolare tradizione calcistica, come l’Empoli o il Sassuolo, sono riuscite a costruire un settore giovanile di livello assoluto.
In questo modo hanno creato un modello sostenibile di calcio, in cui permettono ai giovani talenti di esprimersi e crescere lontano dalle pressioni delle grandi piazze, lasciando loro il tempo per mettere in mostra le proprie qualità.
Strategie per il futuro
Il motore principale che può far cambiare qualcosa a livello di movimento calcistico e non solo per singole squadre è rappresentato dagli investimenti. Non solo strutture sportive adeguate e figure professionali adatte alla crescita a tutto tondo dei ragazzi, ma anche una maggiore attenzione dall’alto da parte della FIGC.
Puntare sui giovani significa anche incentivare o obbligare le squadre di A a far giocare i giovani. Se questo può avvenire solo tramite un cambio di norme, ben vengano.
Il tabù del salto dalle giovanili alla massima serie dovrebbe essere esorcizzato. Non si può attendere che nascano talenti generazionali e nel frattempo spedire chiunque sembri minimamente promettente in Serie C a “farsi le ossa” o peggio ancora in panchina.
Il coinvolgimento degli enti come la FIGC nella creazione di un piano credibile e sostenibile dovrebbe essere una priorità per tutti.
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