La scena di sedie a sdraio e lettini legati con catene sulla banchina della cosiddetta “piscina” alla Foce di Imperia è una pratica diffusa così come in molte località costiere, ma solleva interrogativi e spesso accende il dibattito tra residenti, turisti e gestori.
Un fenomeno, osservabile ogni estate, ed è il risultato di diverse dinamiche che vanno dalla necessità di assicurarsi un posto alla difficoltà di conciliare l'uso pubblico degli spazi del demanio liberi con le esigenze individuali. Il gesto di "incatenare" la propria attrezzatura balneare deriva spesso dal desiderio di garantirsi un posto fisso in spiagge libere molto affollate, soprattutto durante l'alta stagione. In alcune aree, dove la disponibilità di spazio è limitata, posizionare preventivamente sedie e lettini diventa un tentativo per "prenotare" il proprio angolo di mare, spesso in violazione delle ordinanze comunali che regolamentano l'uso delle spiagge e vietano l'occupazione abusiva notturna.
D'altra parte, per i bagnanti, incatenare lettini e ombrelloni alla fine della giornata è una misura di sicurezza per prevenire furti o atti vandalici. In questo caso, le catene sono uno strumento di protezione del proprio investimento, ma ciò avviene all'interno di aree libere dove tutti hanno diritto ad occupare uno spazio per la tintarella. La pratica delle catene sulle spiagge libere, invece, solleva problematiche di decoro urbano e di equità nell'accesso.
Molti Comuni, come recentemente evidenziato a San Bartolomeo al Mare con l'operazione contro i "furbetti degli ombrelloni", cercano di contrastare l'abbandono notturno di attrezzature proprio per garantire il libero e paritario utilizzo degli arenili da parte di tutti i bagnanti. La soluzione a questo fenomeno passa spesso per una maggiore sensibilizzazione dei cittadini al rispetto delle regole, unita a controlli più serrati da parte delle autorità locali. Solo così si può sperare di mantenere pulite e accessibili le nostre spiagge, preservandone la bellezza per l'intera comunità.